I salotti letterari, in Italia e in Francia, dal XVIII secolo ad oggi.

L’idea di produrre e di diffondere la cultura, a partire da un luogo preciso (una casa, una villa, un giardino…) dove riunirsi, attorno ad una tavola imbandita, per uno scambio e un confronto di idee, opinioni e pensieri, nasce in Grecia intorno al V secolo a.C., come simposio, come bevuta collettiva che si faceva al termine del banchetto.

Simposio (o Convito) è il titolo di un famoso dialogo di Platone, nel quale il filosofo greco si immagina una dotta conversazione, sul tema dell’amore, nel corso di un banchetto nella casa del poeta tragico Agatone, per festeggiare la sua vittoria (416 a.C.) in una competizione letteraria (interlocutori del dialogo, oltre a Socrate, sono Fedro, Pausania, Aristofane, Erissimaco, Alcibiade e Agatone).

Sono i filosofi (Aristotele, Platone, Epicuro…) i primi a dare vita e forma a questo innovativo modo di fare cultura. Questa idea prese poi piede a Roma, soprattutto con Mecenate (che nell’età Augustea fu il grande protettore di poeti come Orazio, Virgilio e Properzio) e con Marco Valerio Messalla Corvino, protettore dei poeti Tibullo, Ligdamo ed Ovidio.

Le riunioni e gli incontri culturali continuarono a svolgersi nel Medioevo, in età umanistica e soprattutto nel Rinascimento. Ma fu soprattutto nel secolo dei “lumi” che il simposio prese la forma organizzativa del salotto, il quale era in realtà una grande stanza, la più decorosa di un appartamento, dove si tenevano periodiche riunioni di persone qualificate per conversazioni di carattere culturale, che si concludevano quasi sempre col pranzo o con la cena.

Era in particolare nei vari salotti letterari che gli “idéologues” si riunivano con l’élite liberale della società parigina, instaurando intensi rapporti e collegamenti tra il lavoro intellettuale e la vita politica e sociale del tempo.

In questo ambiente culturale un ruolo centrale veniva svolto soprattutto dalle donne, generalmente appartenenti all’alta borghesia o all’aristocrazia riformista, per le quali la conduzione di un salotto letterario rappresentava una specie di emancipazione della condizione femminile.

Ma perché il salotto avesse successo era necessario che tra gli ospiti ci fosse una persona illustre (un filosofo, un letterato o uno scienziato) che esponesse le proprie idee e fosse disposto a metterle in discussione; ma il salotto doveva soprattutto essere un luogo di svago, di buona compagnia e di convivialità.

Tra i numerosi salotti letterari, aperti a Parigi intorno alla metà del sec. XVIII, bisogna ricordare soprattutto quello di Madamoiselle Julie De Lespinasse (1732-1776). Da trenta a quaranta persone la sera si riunivano nel suo appartamento; tra i frequentatori abituali del salotto si distingueva d’Alembert che ne divenne l’amante.

Altro salotto importante era quello di Marie Therèse Geoffrin (1699-1777). I frequentatori di questo salotto erano divisi in due categorie: quelli dell’alta nobiltà ammessi di sera e che potevano restare a cena (una cena semplice), e quelli della piccola e media borghesia ai quali era riservato un pranzo vario e abbondante. Gli incontri avvenivano il lunedì (per gli artisti, i pittori e gli architetti), il mercoledì per i letterati e gli scienziati. Di quest’ultima categoria facevano soprattutto parte Diderot, d’Alembert, Marmontel e d’Holbac.

Accanto a questi due salotti, bisogna segnalare quello di Jeanne Francoise Quinault (1699-1783) che ogni settimana riuniva alla sua mensa scrittori, letterati e uomini di scienza, come Diderot, d’Alembert, Rousseau ed altri; la filosofia teneva banco nelle discussioni e si ammettevano le idee più ardite ed audaci sulle questioni politiche e religiose.

Altro salotto famoso era quello del barone Paul Henri Thiry d’Holbach (1723-1789) il quale usò l’immenso patrimonio lasciatogli dal padre per proteggere i letterati e gli artisti e per soccorrere con generoso disinteresse tutti gli sventurati. La sua casa parigina era diventata il quartiere generale degli enciclopedisti (Diderot, Boulanger, Naigeon, d’Alembert, Grimm, Raynal, Voltaire, Helvètius, Marmontel ed altri) ai quali era strettamente legato. I pranzi che offriva agli amici due volte la settimana, domenica e giovedì, erano altrettante occasioni per incontri e discussioni sui temi letterari, politici e filosofici condotte con spregiudicatezza e nella più ampia libertà.

Non bisogna infine dimenticare il salotto di M.me Groucy-Condorcet (1764-1822), presso il quale si riunivano, tra gli altri, d’Alembert, Diderot, Helvétius, d’Holbach.

Alla vigilia della Rivoluzione svolsero un’intensa attività il salotto di Madame Anne-Louise Germaine Necker de Staël (1766-1817), frequentato da Grimm, Thomas, Raynal, Gibbon, Marmontel e il salotto di M.me Anne-Catherine Helvétius (1722-1800), conosciuto col nome di Società d’Auteil, nel quale si riunivano Condillac, d’Holbach, Turgot, Cabanis…

“In queste fucine rivoluzionarie, in cui la cultura si armava di linguaggio scientifico e di spirito pugnace messi al servizio di una grande battaglia di contestazione e di rinnovamento, si forgiavano le idee riformatrici che l’Enciclopedia o altra pubblicistica del tempo divulgavano tra il popolo” (A. Grillo, Il sensismo materialistico, sta in “La pedagogia”, diretta da L. Volpicelli, vol. 5, pag. 475).

Nel corso del ‘700, anche in Italia si sviluppa la consuetudine di diffondere la cultura attraverso il salotto letterario. Famosissimo fu a Milano il salotto di Pietro Verri (1728-1797) che annoverava tra i suoi ospiti, oltre ai fratelli Alessandro e Pietro, Cesare Beccaria, Luigi Porro Lambertenghi, Giuseppe Visconti, Giovanbattista Biffi…

Pietro Verri fu inoltre il fondatore dell’Accademia dei pugni (così detta per l’animosità delle discussioni che vi si svolgevano) e della celebre rivista “Il Caffè” soppressa nel 1766.

Un altro importante salotto fu quello del poeta Carlo Porta (1775-1821) chiamato scherzosamente “La Cameretta” forse per via del piccolo spazio nel quale avvenivano le discussioni. Altro famoso salotto letterario fu quello milanese della Contessa Clara Maffei (1814-1886) che ebbe forti inclinazioni risorgimentali.

A Firenze ebbe un’enorme risonanza il salotto di Fanny Targioni Tozzetti (1801-1889). Ospiti di riguardo del suo salotto furono, tra gli altri, Massimo d’Azeglio, Gino Capponi, Pietro Giordani, Guglielmo Pepe, Alessandro Poerio e Giacomo Leopardi, alla quale il poeta recanatese dedicherà alcune liriche. Donna bellissima, circondata da una vivace cerchia di ammiratori, la nobildonna toscana fu una delle più chiacchierate del suo tempo e a suo modo protagonista della società fiorentina.

A Napoli era molto frequentato il Salotto letterario e musicale di Port’Alba fondato dalla raffinata poetessa Aurora Sanseverino (1669-1726) la quale riuscì a riunire nel salotto del suo palazzo non soltanto intellettuali napoletani (Gianbattista Vico, Alessandro Scarlatti, Francesco Solimena e Gian Vincenzo Gravina), ma provenienti anche da lontano. La Sanseverino era anche autrice di commedie, la cui musica era stata commissionata a celebri musicisti, come Haendel e Cimarosa.

Altri famosi salotti erano: a Roma il Salotto della regina Cristina di Svezia (1626-1689); a Venezia il Salotto di Isabella Teotochi Albrizzi (1760-1836), presso Villa Albrizzi e quello del Caffè Florian in Piazza San Marco; A Bologna il Salotto di Teresa Carniani Malvezzi (1785-1859) a Palazzo Malvezzi De’ Medici.

Al giorno d’oggi i salotti letterari sono passati di moda, e tuttavia non si può non riconoscere il ruolo positivo che, tra il ‘600 e il ‘900, essi hanno svolto per lo sviluppo della cultura. Certo non sono mancate dure critiche alla dimensione salottiera; Rousseau, per esempio, sosteneva la futilità delle discussioni salottiere definendole semplici occasioni per comunicare le proprie opinioni e per fare, come si dice, passerella.

Potremmo dire che i salotti letterari sono oggi sostituiti dalle numerose Associazioni, dai Centri culturali, dai Circoli o dai Caffè letterari in cui ci si riunisce liberamente per ascoltare presentazioni di libri, conferenze o relazioni di esperti su determinati argomenti e che si concludono solitamente con frugali buffets o bevute di caffè.

Ma in questi centri di cultura, per concludere, manca quella aspirazione al cambiamento e alla produzione di nuove idee e quel collegamento diretto tra il lavoro intellettuale e la vita politica e sociale che costituivano la spinta propulsiva dei salotti letterari di un tempo.

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