L’antropologia ermeneutica di Clifford Geertz: una nuova frontiera nella ricerca antropologica.


Clifford Geertz (San Francisco, 23 agosto 1926 – Filadelfia, 30 ottobre 2006) è il maggiore rappresentante della cosiddetta antropologia ermeneutica.

Punto di partenza delle sue numerose opere (nelle quali si pone criticamente nei confronti di quello che è considerato il gigante dell’antropologia, Claude Lévi-Strauss, 1908-2009), è il concetto di cultura da lui intesa non tanto come il “complesso delle manifestazioni della vita materiale, sociale e spirituale di un popolo o di un gruppo etnico”, quanto piuttosto come una specie di testo letterario, come un sistema o una “ragnatela” di simboli e di significati, di volta in volta da individuare, da studiare e da interpretare.

È solo entrando nel mondo concettuale dei soggetti studiati e dialogando (nel senso più ampio del termine) con loro, che l’antropologo riesce a leggere e a scoprire i significati delle azioni dei nativi, della loro vita e del loro mondo esterno. Questa migliore conoscenza si ottiene mediante il ricorso ad una descrizione “densa” (thick description) dei diversi significati che atti, azioni, gesti possono assumere a seconda del contesto di riferimento.

Una banale strizzatina di occhi, per esempio, può essere vista come un gesto involontario (un tic) oppure come un ammiccamento (una complicità); nel primo caso si tratta di un semplice comportamento, nel secondo di un comportamento significativo; ma, in entrambe i casi, è, per così dire, imprescindibile il ruolo dell’antropologo, cui spetta il compito di decifrare e di interpretare il significato che il soggetto ha attribuito al proprio gesto, alla propria azione o al proprio comportamento.

Tutti i dati, raccolti attraverso una serie di tecniche e di procedure (questionari, interviste, osservazioni, dialoghi…), vengono poi studiati e letterariamente trascritti, unitamente alle interpretazioni che le persone hanno dato e che l’antropologo successivamente elabora dal suo punto di vista; per cui l’ultima versione dei “fatti” non è altro che una interpretazione delle interpretazioni, e non è perciò possibile arrivare alla conoscenza della verità

Ma mentre le interpretazioni dei nativi sono “condivise” ed hanno un carattere pubblico e quindi oggettivo, quelle dell’antropologo, in quanto distanti dall’esperienza ed influenzate dalla propria sensibilità e cultura, sono soggettive e quindi non sempre corrispondenti alla nuda realtà dei fatti.

Il suo ruolo è ad ogni modo fondamentale, perché attraverso la raccolta dei dati, la loro interpretazione e la loro trascrizione, egli riesce a salvare una serie di riti, di azioni sociali, di culture e di modi di vivere (spesso tramandati in modo orale) che altrimenti andrebbero perduti. In questo senso egli è un conservatore di significati.

È lo stesso Geertz a fornire un esempio del suo metodo di lavoro con la famosissima ricerca fatta a Bali, in Indonesia, sul combattimento tra galli: un’antica tradizione dell’induismo balinese tuttora praticata secondo un antico rituale religioso finalizzato a scacciare gli spiriti del male. In questa prospettiva, la lotta dei galli diventa una forma di sacrificio offerto agli dei come atto di purificazione e liberazione da ogni male.

Ma solo all’apparenza sono i galli a combattere, perché in realtà i balinesi, in ossequio alla loro cultura, si identificano simbolicamente con i propri galli, il cui scontro offre agli spettatori una molteplicità di emozioni (dalla gioia al dolore, dalla rabbia all’eccitazione) e rappresenta per i balinesi una fase fondamentale per la loro crescita umana, sociale e culturale nella misura in cui mettono in gioco dignità, onore, stima, rispetto tra singoli, famiglie e classi sociali.

I balinesi dedicano molto tempo e molta cura ai loro galli i quali vengono allevati numerosi in quasi tutte le famiglie ed educati all’aggressività. Prima dei combattimenti, che si svolgono generalmente nel tardo pomeriggio e durano complessivamente 3-4 ore con 9-10 incontri, sono sottoposti a riti particolari.

Geertz fa una descrizione meticolosa di questi combattimenti, a partire dai dettagli più piccoli: attorno ad un ring di circa venti metri quadrati si raccolgono gli uomini che fanno o non fanno scommesse; tutti gridano, ridono, spingono… Due uomini entrano nell’area di combattimento con i loro galli; la lotta avviene a suon di beccate; i galli hanno, legati alle loro zampe, speroni d’acciaio appuntiti e subito si saltano addosso. Uno dei due quasi sempre viene colpito a morte. Il combattimento dura pochi minuti e poi si ricomincia con altri galli.

I combattimenti dei galli, per quanto cruenti, rappresentano un momento di forte aggregazione identitaria del popolo balinese ma allorquando si trasformano, per il giro di scommesse che si cela dietro, in gioco d’azzardo diventano illegali e per questo vietati.

Ciò nonostante, la dinamica delle scommesse è diventata parte viva e significante di questa pratica culturale riflettendo lo status sociale dei partecipanti che si accalcano attorno al ring: quelli che non combattono e non scommettono perché troppo poveri, quelli che non combattono ma scommettono e quelli che combattono e scommettono.

Secondo Geertz infatti “in questi combattimenti non si sfidano galli, ma uomini: l’identificazione psicologica con i propri galli è elevatissimo. Questi animali sono espressione non solo della personalità, ma anche di ciò che maggiormente i balinesi ripugnano: l’animalità. In particolare, il combattimento rappresenta una drammatizzazione dei problemi di status fra persone appartenenti a gruppi sociali diversi. Prova evidente di questa teoria, sono le scommesse che avvengono durante il combattimento” (C. Geertz, Interpretazione di culture, Il Mulino, Bologna, 1987).

L’osservazione, la descrizione, l’interpretazione e la trascrizione delle diverse fasi che scandiscono, a partire dal rito del combattimento dei galli, il racconto delle tradizioni, degli usi, dei costumi e dei modi di vivere di altre culture, sono alla base della ricerca geertziana e costituiscono il punto fondamentale della sua antropologia ermeneutica.

L’altro punto sul quale poggia la sua prospettiva interpretativa risiede nell’idea che una cultura non possa essere influenzata/condizionata da elementi esterni e studiata in laboratorio. Non c’è, in antropologia, quel distacco tra osservatore e osservato, tra scienziato e oggetto della ricerca, come avviene in altri settori di lavoro.

C’è, piuttosto, come scrive Ugo Fabietti, “una circolarità ermeneutica tra soggetti, ciascuno dei quali è produttore di significati; di qui la preclusione di quelle prospettive che pretendono di fondare lo status conoscitivo del sapere antropologico sulla semplice osservazione (quindi rifiuto dell’Etnografia intesa come mera raccolta di dati “grezzi”), e anche di quelle che si illudono di poter usare un linguaggio “neutro” per descrivere i dati… Nessuno di questi due presupposti (oggettività dell’ osservazione e neutralità del linguaggio descrittivo) ha valore nelle scienze umane, perché il contesto significante, che è dato dall’ interazione dialogica tra antropologo e informatore, è un dato assolutamente primario dal quale non è possibile prescindere se non a prezzo di distorsioni assai gravi” (U. Fabietti, Storia dell’Antropologia, Bologna, Zanichelli, 2011).

Venendo alla conclusione, Geertz può essere considerato il fondatore dell’Antropologia ermeneutica. Sulla sua scia, a partire dagli anni ’70, si è sviluppata una corrente di studi (Interpretative turn) fondata dagli antropologi Rabinow e Sullivan i quali, avendo accentuato l’elemento ermeneutico e dialogico del rapporto tra antropologi e informatori, hanno ingenerato una specie di “isteria interpretativa”, nel senso che nei loro scritti non si comprende bene chi interpreta chi e che cosa: “l’antropologo interpreta il nativo che a sua volta interpreta l’antropologo che a sua volta interpreta il nativo…” (U. Fabietti, op. cit.).

Ma, a parte questo limite, alla nuova corrente interpretativa, nata dalle geniali intuizioni di Clifford Geertz, va dato senz’altro il merito di avere avviato un esame rigorosamente critico dei processi che sono alle origini della copiosa produzione etnografica moderna, con la pubblicazione delle opere dei suoi rappresentanti più famosi e di altri illustri antropologi (Clifford, Marcus, Ficher ed altri…). Questa è l’eredità più feconda che Clifford Geertz ha lasciato ai suoi contemporanei.

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