“Addoccussì va ‘u mundu” di Mario Roperto


Mario Roperto è l’autore di un prezioso volume di liriche “Addoccussì va ‘u mundu” (Soveria Mannelli, Calabria letteraria, 2006) che si inserisce nel filone della grande poesia dialettale (da Belli a Buttitta, da Ammirà a Mastro Bruno Pelaggi). La raccolta consta di complessive 72 liriche (di cui 50 sonetti), tutte corredate da puntualissime note e da un commento posto alla fine di ciascuna di esse.

Di queste liriche, scritte in dialetto, voglio subito sottolineare la perfezione strutturale, frutto della indubbia sapienza metrica e retorica dell’autore, il quale, con quest’opera, offre un grande contributo per la salvezza di questo eccezionale patrimonio di cultura (il dialetto, appunto) estremamente ricco e vario, fatto di immagini, di doppi sensi, di suoni e di simboli, ma che è sempre meno parlato dai giovani e rischia pertanto la scomparsa.

La satira è la musa che ispira e guida il nostro Mario; al centro del suo universo poetico c’è l’aspirazione ad un mondo nuovo governato dai principi dell’onestà, della solidarietà e della responsabilità, valori irrinunciabili, ma ormai sempre più rari e introvabili.

Numerosi sono i temi, i motivi e le situazioni della raccolta. La donna, come tentatrice e seduttrice, ma anche come creatura adorabile che riempie di tenerezza e di dolcezza il nostro cuore, è uno dei temi ricorrenti della raccolta.

La bella Nunzia fa vibrare d’amore il cuore del nostro poeta che, quando la vede, si scorda “d’ogni mbrumu”; di tutt’altra pasta è fatta donna Sabeja la quale, anche se non fa più “mbriacari” gli uomini come un tempo, non ha tuttavia perso la speranza di soddisfare le proprie voglie, sia pure con altri “patrannostra” (qui, l’allusione al modo di vivere piuttosto libertino di tanti preti, è molto evidente!); e poi c’è Rosa, maliziosa ed impertinente, curiosa di sapere cosa si nasconda  “ammenzu all’anchi” dello spasimante di turno.

A questo stereotipo di donna sempre in preda ai bollori della carne fa da contraltare il mito del maschio meridionale, particolarmente sensibile al fascino femminile, ma pur sempre cacciatore instancabile e sempre pronto “mu s’ammogghja la canneja”.

Il sesso, come è noto, era per noi giovani e meno giovani il “pensiero dominante”, il chiodo fisso; forse oggi è ancora così e tuttavia penso sia un po’ esagerato sostenere che solo la “fame” di sesso e di donna sia al centro dei pensieri del maschio calabrese.

Sono infatti cambiati i tempi; molti luoghi comuni e molti tabù sono ormai retaggio del passato, ma vanno anche scomparendo le cose semplici e genuine. Oggi tutto è stravolto; il denaro è diventato per l’uomo il nuovo Dio; manca il rispetto verso se stessi e verso gli altri, anche verso i propri genitori; c’è scarsa voglia di lavorare, la mangiatoia è bassa, per cui nessuno è più disposto al sacrificio. Oggi sono tutti professori:

“Ti parranu talianu/ chi hai pemmu ti spagni;
qualunqui sia discursu/ ndi sanno cchjù di tutti,
ca nesciunu da scola du’ cazzu m’i strafutti”.

Un aspetto non secondario di molte liriche è la loro comicità. Si ride di cuore col Roperto, per motivi che cambiano a seconda della situazione particolare, rispetto alla quale il riso o, meglio, il sorriso che accompagna il lettore per tutta la lettura del testo poetico, si fa via via sempre più aperto fino a trasformarsi in risata nel verso che chiude l’ultima terzina.

Si leggano, per averne conferma, “U cunziggju”, “U porcu”, “Quandu viju a ttia”, “A vita ‘i l’omu”, “Non vogghju mu fatigu”, “Essari o non essari… maritati”, “Ccà è sempi scuru”, dove l’arguzia e il riso si mescolano con le riflessioni sulla vita dell’uomo e sulle sue debolezze.

Un altro tema al quale il Roperto riserva uno spazio particolare è quello che riguarda la politica e i politicanti, per lui principali responsabili dello sfascio che investe le nostre Istituzioni. Tutta la classe politica è sotto processo, da quella locale a quella nazionale, da quella di centro-destra a quella di centro-sinistra. Ma più spesso ad essere messi alla berlina sono i politici del centro sinistra (vedi le liriche “I politicanti”, “Nu morzu ‘i storia italiana”, “I votazioni di l’Ottantacincu”, “A caduta”, “Facciatosta e democrazia”). Ce n’è per tutti: per lo Stato aguzzino ed esattore (“A riforma d’i tassi”, “U puzzu senza fundu”); per la malagiustizia (“A casa ‘i Peppi”); per la Pubblica Amministrazione (“U cafuni mpegatu”, “Omani mascarati”, “U servizziu”).

Preoccupante ed allarmante è per il nostro poeta la condizione dell’uomo di oggi. La luna, forse, potrebbe dare una risposta ai tanti interrogativi che lo tormentano. Ma la luna si guarda bene dal rispondere, continuando candidamente il suo corso nel cielo come un moscone che ronza allegro “ntornu na cacata”.

Ma quanto potrà durare la santa pazienza della gente di fronte a tanto marciume? Una risposta l’autore sembra darla quando annota che:

“Puru na mandra ‘i pecuri/ quandu l’erbaggiu funi,
l’unghji sapi ‘mu sfodera/ megghju di nu leuni,
Chi cuva sutt’ a cinnara/ cu’ ‘u poti aviri a menti?
Ma senza furia ‘i populu/ non si cangiau mai nenti”
(“Nu morzu ‘i storia italiana”).  

Ma non si potrà vivere nell’attesa della rivoluzione!

È urgente allora recuperare gli antichi valori, richiamandoci alla forza delle nostre radici, al senso della semplicità, del rispetto, dell’onestà e della responsabilità, valori che oggi sembrano avviati lungo la via del tramonto. È questo il messaggio che viene da “Addoccussi va ‘u mundu”, un’opera preziosa e significativa che merita pertanto di essere da tutti conosciuta.

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