La pesca del surice gigante

Pescare il surice gigante non era impresa da pivellini e Mastro Ciccio lo sapeva bene, tanto che da un po’ di tempo aveva ridotto la sua attività di bravo sarto per dedicarsi anima e corpo alla sua nuova passione.

La moglie, Michelina, non condivideva assolutamente la passione dell’ormai anziano marito e faceva di tutto per ostacolarlo: “Ma quale surice gigante devi pescare -vecchio rimbambito- quetati na bona vota!”.

Mastro Ciccio stava in silenzio e non rispondeva facendo, con caparbia testardaggine, orecchie da mercante; poi prendeva di scatto la cassetta con gli attrezzi da pesca (fiocine, ami di tutte le dimensioni, rotoli di nylon, piombini, coltelli, pinze) e filava dritto nel garage a caricare il tutto sulla sua “Cinquecento” color rosso fiammante. Io che abitavo in una casa vicino alla sua, ero già pronto per la grande avventura.

Da quando Ntoni e Gilormo gli avevano raccontato di essere riusciti a pescare il surice gigante, Mastro Ciccio non si dava più pace; ne parlava continuamente con me che, per quanto a conoscenza dell’abilità dei due compari nel combinare ogni sorta di scherzi, non volevo deluderlo o bloccare il suo irrealizzabile sogno di catturare il pesce gigante.

Ma dove si pescava questo benedetto pesce? Con quali ami e con quali esche?

Di questo discutevamo continuamente ed animatamente nei nostri quotidiani incontri; ma la risposta a questi interrogativi Mastro Ciccio era certo di essersela procurata ascoltando, non visto, i discorsi di ‘Ntoni e Gilormo al bar di Pepè, luogo abitualmente frequentato dai due inseparabili compagnoni.

Questi ultimi, contrariamente a quanto pensava Mastro Ciccio, si erano ben accorti della sua presenza e proprio per rendere più credibile la beffa che avevano ideato, facendo “vista” di non vederlo, avevano cominciato a parlare della grossezza del pesce (da un paio di chili o poco più), della qualità delle sue carni (ottima), dell’ora in cui pescarlo (al sorgere dell’alba e fino alle nove), delle zone dove trovarlo (nei pressi di Briatico in direzione del ponte Potame) e a quale profondità (venti metri), degli ami (numero 10) e delle esche da usare (tentacoli di polipo).

Posto mente a quanto riferito dai due furbacchioni (la cui credibilità per lui era fuori discussione), Mastro Ciccio mi comunicò subito la sua irremovibile decisione di catturare il pesce dei suoi sogni.

Anche questa volta non me la sentii di deluderlo infrangendo così il suo sogno e scornandolo fino all’estrema verità, e feci, come si dice, buon viso a cattivo gioco, manifestando la mia piena adesione al suo piano di attacco al fantasmatico pesce.

Particolarmente complicata si era rivelata la misurazione della profondità del tratto di mare, dove Ntoni e Gilormo avevano pescato il surice gigante.

Per questa operazione Mastro Ciccio aveva già pronta la cordicella di venti metri alla cui estremità era legato un piombino di duecento grammi.

Quasi ogni mattina, raggiunta la zona in direzione del ponte Potame, si partiva con la barca dalla dalla riva e, a tratti, si iniziava lo scandaglio del fondale, calando la cordicella fino a raggiungere la profondità fissata.

Compiute queste complesse operazioni, si dava inizio alla grande pesca calando nel mare le lenze, dopo avere innescato gli ami con vistosi tentacoli di polipo.

Succedeva che qualche pesce passando desse un morso -una strappata e via- a un tentacolo di polipo e poi tornasse ad abboccare, a mordere: se ne sentivano gli strappi sulla lenza, ma niente surici giganti!

Si salpavano in fretta le lenze e si ricalavano velocemente, dopo avere innescato gli ami, ma di pesce gigante neppure l’ombra.

Quasi ogni mattina, con la barca che stazionava sulla spiaggia di Zambrone, ci portavamo nella zona del Potame (15 minuti di navigazione) dove rimanevamo fino alle nove, tutti concentrati sulla grande pesca.

Dalle nove alle dodici, per la verità un po’ delusi, ci spostavamo in altre zone a pescare surici, pettini e tracine; intorno alle tredici rientravamo a casa senza surice gigante, ma col secchio quasi sempre strapieno di pesci.

Per tutto il mese di giugno, al sorgere dell’alba, ci recavamo nella zona del Potame; lì calavamo le lenze e aspettavamo fiduciosi l’arrivo del pesce gigante che non si era mai presentato all’appuntamento.

Dopo la delusione e lo sconforto di tanti giorni, alla fine Mastro Ciccio si decise di chiedere a Ntoni e a Gilormo la ragione dei tanti insuccessi.

Secondo i due furbacchioni, gli insuccessi di Mastro Ciccio erano legati ad un dettaglio che egli non aveva preso in considerazione: la lenza non doveva toccare il fondale sabbioso ma doveva fermarsi (odi malizia!) a 5 metri dal fondo, giacché il surice gigante non ama vivere sul fondo sabbioso ma preferisce cacciare a mezz’acqua. Questa era sicuramente la ragione per la quale non era stato possibile catturarlo.

Una risposta che aveva reso in qualche modo meno cocente la delusione di Mastro Ciccio rispetto alla “verità” che gli avevano raccontato i suoi compagnoni.

Questa volta, infatti, se non era riuscito a pescare il surice gigante, non era stata colpa della jella o del destino cinico e baro; era stata solo colpa della sua “leggerezza”, alla quale avrebbe successivamente rimediato mettendo scrupolosamente in atto tutti i precetti che i due amici furbacchioni avevano escogitato per turlupinare ancora una volta il nostro ingenuo Pescatore.

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