Il “Volo nel vento” di Mommo Rombolà

Mommo Rombolà, oltre ad essere un bravo e raffinato scrittore, è un cultore dell’elegante e del bello, col suo immancabile basco militare, con pizzetto brizzolato e con papillon di seta blu che ne fanno una figura d’altri tempi. Questo è il personaggio che io conosco e che grandemente stimo e ammiro. La nostra è un’antica amicizia, consolidatasi nel tempo e rimasta sempre viva e sincera.

Mommo è autore di diverse raccolte di poesie e di racconti ma ha legato il suo nome ad un romanzo, “Volo nel vento” (Vibo Valentia, Adhoc Edizioni, 2009), con il quale egli getta un fascio di luce su un pezzo del nostro passato (dall’Unità d’Italia fin quasi ai nostri giorni); più di un secolo di storia raccontato o ricostruito dall’autore nelle sue vesti di testimone, di interprete o di protagonista delle storie, dei fatti e dei personaggi narrati.

Un volo nel vento alla ricerca di quella verità che conoscono solo il vento, il sole, il mare e la morte; un viaggio in uno spazio dinamico immenso, nel quale è racchiusa la risposta ad alcuni grandi interrogativi che angosciano l’uomo del nostro tempo; un viaggio in uno spazio storico, geografico, umano, sociale e mentale, familiare ai vari personaggi e profondamente segnato da sofferenze, umiliazioni, paure e miserie.

Il risultato di questa, dirò così, rivisitazione di fatti, di storie, di luoghi e di personaggi, è la costruzione di un’opera di grande originalità e suggestione. Non ultimo elemento di questa originalità è la scrittura agile, piana e scorrevole che affascina e riesce a conservare un tono di leggerezza anche quando vengono raccontate vicende a volte tragiche e dolorose.

Nel testo sono presenti numerosi termini dialettali. Ne riporto alcuni: “petti”, “cannata”, “murzeu”, “piruni”, “catoio”, “vruia”, “friscarotto”, “focularu”, “boccacci”, “gebbia”, “ciucciari”, “testuiu”, “carcara”, “timpagni”, “magaria”, “cannea” che sono insieme veicolo e testimonianza di un mondo e di una realtà definitivamente scomparsi o sulla via del tramonto.

Il libro racconta la storia di una famiglia patriarcale, a partire dal capostipite, il vecchio Nonno Peppe, detto il “mulinaro”, dai suoi figli, Francesco e Gerolamo e dai suoi numerosi nipoti.

Il romanzo si apre col racconto della vita tumultuosa di Gerolamo segnata dall’uccisione di un uomo compiuta per difendere il fratello colpito a morte da una pugnalata. Latitante sui monti delle Serre, Gerolamo vive per quasi un anno con una banda di briganti, tra rapine, fughe improvvise e bivacchi, ricercato dai carabinieri che non gli danno tregua. Poi, grazie all’aiuto di un lontano parente, zio Ferdinando, trova ospitalità presso una comunità di pastori che curavano un grosso gregge.

Avendo deciso di regolare il suo conto con la giustizia, si consegna alle forze dell’ordine che lo accompagnano al carcere mandamentale di Monteleone (oggi Vibo Valentia), dove rimane fino alla celebrazione del processo che si conclude con la sua piena assoluzione.

Nel periodo di permanenza presso la comunità dei pastori, Gerolamo conosce una fanciulla, Angelina, che poi sposa e porta al proprio paese, dove apre un “negozietto di non molte pretese, ben fornito però delle cose essenziali”.

Il terremoto, quello terribile del 1905, è per Gerolamo l’occasione per allargare il suo commercio. Il sisma aveva distrutto quasi tutte le abitazioni, per cui era necessario costruire baracche per dare temporanea ospitalità ai molti terremotati. Occorrevano infatti tavole e traverse di legno che Gerolamo va a comprare a Serra San Bruno, dove era fiorente l’industria del legname.

Col commercio del legname ha inizio la fortuna di questo personaggio straordinario le cui vicende si intrecciano con la storia dell’emigrazione e col racconto degli eventi dolorosi e tragici che contrassegnarono le due guerre mondiali e il ventennio fascista, fino alla nascita della nuova Italia.

Al tema dell’emigrazione, Mommo dedica alcuni capitoli del romanzo nei quali, con grande intensità e partecipazione, racconta i disagi, le difficoltà e le quotidiane fatiche del vivere affrontate dai figli, dai parenti e dagli amici del nostro Gerolamo.

La seconda parte del romanzo si apre con la descrizione della “Spagnola”, la terribile pandemia influenzale che interessò quasi tutte le regioni del mondo e che in Italia provocò la morte di quasi 400 mila persone.

Con rapide e dense pennellate Mommo descrive quella che egli chiama la “peste”, la quale, come l’odierno Covid-19, colse impreparate le sue vittime e tutto l’apparato sanitario, passando poi a descrivere la crisi politica, economica e sociale del dopoguerra che apre la strada al Fascismo, del quale vengono sottolineati gli aspetti più caratteristici: la retorica, i simboli e i riti, l’odio verso gli Ebrei e i diversi, la caccia ai “sovversivi”, la violenza e la rozzezza culturale.

C’è infine il racconto, per linee essenziali, degli ultimi avvenimenti, a partire dall’agosto 1943, con lo sbarco degli Americani in Sicilia, fino alla caduta del Fascismo, alla Resistenza e alla nascita di una nuova Italia e di una nuova mentalità che si andava diffondendo in conseguenza delle mutate condizioni economiche e sociali e della battaglia contro l’analfabetismo efficacemente contrastato con una nuova politica scolastica e con l’apertura di nuove scuole.

Uno spazio particolare viene riservato agli anni tra il ’54 e il ’68 i quali, sotto il profilo economico, furono anni di grande sviluppo: gli anni del cosiddetto “miracolo economico”.

Altre storie e altri personaggi arricchiscono lo svolgimento del romanzo: la storia di Frank e di Assunta; quella di Emilia; quella di Pasquale “‘U pezzaru”; quella del dolce Carlo (il padre dell’autore), detto “‘U mercanti”, ben voluto da tutti per il suo fare signorile e paziente; la storia degli amori appassionati e travolgenti di Paolo per Martina e Robertina (rispettivamente madre e figlia). Un romanzo corale, dunque, senza un vero protagonista.

L’ultima parte del romanzo è dedicata al racconto delle vicende del dopoguerra, a partire dal Referendum del 1946 e dalle prime elezioni del 1948, con l’immagine delle piazze che si riempivano di gente che andava ad ascoltare i comizi dei vari personaggi politici “per curiosità e per divertirsi a vedere vandiari da un balcone all’altro i panni sporchi”.

Il romanzo si chiude col racconto del suicidio di Pasqualino, in cui l’autore rivive un pezzo del suo passato dolorosamente segnato dal rimorso per non aver fatto nulla per aiutare l’amico gay, la cui “diversità” era anzi apparsa come una vergogna. Col racconto del dramma di Pasqualino si conclude materialmente il “Volo nel vento”.

Ma a segnare la conclusione del romanzo è soprattutto la morte dei grandi personaggi: la morte di massaro Gerolamo, il “vecchio leone” sempre pronto a lottare in favore dei deboli, che si “incazzava” per un nonnulla a causa del suo carattere ribelle, impetuoso, ma che, passato il momento, dimenticava tutto. Se ne andò un “mattino di ottobre, mentre fuori un venticello gelido agitava i rami degli alberi della piazza, strappando le foglie ingiallite che volavano lontano e poi cadevano a terra anch’esse morenti”.

Ma se ne andarono anche Don Ferdinando, il parroco del paese, nonna Angelina, il dolce e generoso Carlo (il Padre di Mommo) e mamma Adelina. Con la morte di questi personaggi scompare per sempre un mondo. Scompaiono le grandi fattorie, che erano delle comunità agricole autosufficienti, intorno a cui si organizzava la vita economica, sociale e culturale. Scompaiono i “casini” campestri, i “Don”, i messeri, i cavalieri. Ora, di tutto questo non c’è più traccia. Questo mondo non c’è più ed è impresa assurda volerlo far ritornare in vita.

Nessun ritorno al passato, dunque; c’è bisogno invece di un nuovo modo di pensare e di agire, di una nuova cultura che muovendo dal passato ed utilizzandone al meglio gli aspetti più vivi e vitali, dia più dignità e più benessere al nostro tanto bistrattato Mezzogiorno.

È questo il messaggio che viene dal “Volo nel vento”, un romanzo affascinante e coinvolgente: un affresco che deve farci riflettere sulle difficoltà e sul coraggio che i Calabresi hanno dovuto affrontare per venire fuori da una situazione di grave minorità e da una miseria sopportate con dignità, con onestà e con nobiltà d’animo.

Si tratta, per concludere, di un libro utilissimo e, a mio avviso, indispensabile che dovrebbe quindi essere letto da tutti; soprattutto dai giovani e nelle scuole di ogni ordine e grado.

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