La poesia di Giacinto Di Stefano

Giacinto Di Stefano (Vibo Valentia 1921 – Piacenza 1994) è una figura di grandissimo rilievo nel panorama della poesia italiana contemporanea. La sua è una poesia di altissima fattura, costruita con un linguaggio e uno stile di grande efficacia comunicativa, dove ogni parola desta un’eco profonda che affascina e incanta: una poesia semplice e vera che affonda le radici nelle vicende della vita dell’uomo ed è, al tempo stesso, testimonianza e trasmissione di un messaggio di fiducia e d’amore per l’uomo.

Poeta solitario, il Di Stefano, sempre “minoritario” e controcorrente, voce dissonante rispetto al rumoroso coro dei poeti cosiddetti “laureati”, dissacratore di tanti luoghi comuni, fautore di una poesia che è anche un modo per intervenire nei fatti della vita, per porre problemi e suggerirne le soluzioni.

Certo, non si può dire che la cultura calabrese (a parte qualche lodevole recensione) si sia accorta della forza d’urto di questa poesia. Non si è accorta di Giacinto Di Stefano, come in passato non si è accorta, o li ha volutamente ignorati, di poeti e scrittori “trasgressivi”, i cui meriti sono stati riconosciuti solo post mortem e, quasi sempre, dalla critica “settentrionale”. Il caso di Franco Costabile è, in tale quadro, emblematico. Anche il nostro Giacinto, come per dare legittimità al vecchio adagio “nemo propheta in patria”, non è sfuggito a questa logica.

Trapiantato al Nord e costretto a vivere esule in patria, Giacinto Di Stefano è rimasto uomo del Sud: un Sud stanco e rassegnato ma gonfio di un rancore e di una rabbia che conferiscono alla sua poesia un pathos e una incoercibile aspirazione all’urto, alla protesta e allo sdegno che si esprime con vibrante intensità, specie dinanzi alla miseria e alla povertà di tanta gente, cui si contrappone la boria di una borghesia vanagloriosa, che suona come un’offesa e un’ingiustizia nei confronti di quanti, “con fagotti e con pacchi, <partivano> per sperperare i semi della vita su treni consunti di doglie”; uno sdegno che non trova requie neppure di fronte ai timidi tentativi e agli sforzi fatti nel Sud per migliorarne le disastrose condizioni socio-economiche.

È autore di diverse raccolte di liriche: “Alba Feriale” (Milano, Todariana, 1971), “La cetra di corda” (Terni, APE, 1978), “Anniversario” (Bolzano, Edinord, 1977), “Rapporto sul terzo pianeta” (Bolzano, Edinord; 1983), “Corrispondenza privata” (Vicenza, La Bancarella, 1982), “Consuntivo” (Forlì, Forum, 1983), “Ipotesi sulla notte” (Forlì, Forum, 1986), “Capolinea” (Roma, Gabrieli, 1990). 

Molti sono i temi e i motivi delle sua poesia: la tragedia della guerra, l’infanzia, gli affetti familiari e gli amici, l’amore, la morte e soprattutto il paesaggio: caldo, luminoso, solare ma al tempo stesso animato da una sua forza aspra, primitiva e selvaggia.

Ma il motivo di fondo e centrale di tutte le raccolte è il dramma della sua terra, condannata ad una miseria immutabile, umiliata, derisa, offesa ogni giorno dal malgoverno, dalla mafia, dai vacanzieri che, in estate, nuovi barbari, invadono le nostre splendide contrade: una terra dolcissima, suggestiva e ricca di fascino, ma che non dà pace al poeta, il quale vorrebbe sapere “perché anche Cristo <vi> ha seppellito la croce/ e pianta ulivi rassegnati, e perché lascia che il corvo-stregone imperi/ su questo regno di polvere che acceca”.

È in questa terra di miseria e di “ulivi rassegnati” che ogni anno, d’estate, il poeta, quasi a scolparsi del suo esilio, ritorna “con stridore di ruote”: un viaggio sempre di rabbia e di amore in una terra dove tutto è rimasto come prima e dove:

“[…] i vecchi baroni
hanno gettato alle ortiche le maschere
dopo la farsa della fratellanza, ora
predicano il verbo legale a viso aperto
in paradigmi d’ordine e patria.
[…] Perché ritorniamo? Forse per risentire
il gallo che accende fuochi sul mare
nel mattino assonnato, o a riesumare
ricordi sepolti sotto cenere d’anni. Certo
per sconfinato amore di noi stessi
fortunati esuli in patria cui è concesso
deprecare l’ignavia di chi resta”.

(Dalla lirica “Perché ritorniamo?” della raccolta “La cetra di corda”).

Ma egli, pur prendendo atto di quest’amara realtà, non ha perso la speranza di un futuro riscatto. Si legga a tal proposito la bellissima lirica “A voi che siete rimasti” (della raccolta “Corrispondenza privata”) nella quale, reagendo alla retorica del ritorno vacanziero, auspica “la grande rimpatriata, l’ora/ del ritorno dei morti e di noi vivi/ disseminati in ogni piega del pianeta”.

“Capolinea” è l’ultima raccolta di Giacinto Di Stefano. Rispetto alle precedenti raccolte in questa opera è piuttosto in ombra l’impegno sociale; è invece presente e prevalente un tono più intimistico, direi quasi crepuscolare. Il linguaggio è più fluido, più intenso ed animato da una musicalità nuova. Con questo volume il Di Stefano, nel ricordo di fatti, di personaggi famosi, di persone care, di amici e di conoscenti, conclude il suo viaggio poetico. Giunta nel porto la sua nave getta l’ancora e non riprenderà mai più la navigazione nel vasto mare della poesia.

Negli ultimi anni della sua vita Giacinto Di Stefano si dedica alla narrativa pubblicando una raccolta di racconti “L’accalappiacani e altri racconti” (Emilstampa, 1981) e due romanzi, “L’anticamera” (Lamezia Terme, Grisolia, 1992)  e “Il branco vince” (Lamezia Terme, Grisolia, 1994), nei quali continua l’opera di scavo nella sua terra martoriata, ma non c’è più il grido di dolore, la protesta; c’è invece la presa d’atto di una realtà con proprie regole e proprie leggi, una realtà amara e dolorosa ancorché non immutabile e immodificabile.

Certo, non è facile la battaglia in un Sud stanco e rassegnato, con un popolo di “custodi di mummie”; in una terra dove le parole sono macigni, dove predominano le apparenze e dove “lo scenario […] è illuminato da un sole implacabile, da una luce che mette a nudo i resti calcificati di una desolata Magna Grecia e induce all’ossequio formale, al culto dei morti, tipico dei popoli che sopravvivono a se stessi”.

Ma non dobbiamo rassegnarci e arrenderci; “dobbiamo invece resistere […] lavorare per servire cocciutamente gli altri, che spesso non ti capiscono o ti fraintendono, sostenuto soltanto dalla tua pazza speranza che il mondo degli uomini, nonostante tutto, possa andare avanti e diventare più giusto”.

Ecco il grande messaggio, appassionato e sincero, che viene da uno che non seppe o non volle restare nel covo e che inseguì, esule in patria, impossibili approdi. Ma è in uomini come Giacinto Di Stefano che è riposta la speranza di un nostro riscatto.

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