Quo usque tandem? (parte prima)

Vorrei brevemente richiamare l’attenzione dei lettori su due questioni che considero di drammatica attualità e sulle quali, a mio avviso, non si riflette abbastanza.

La prima questione riguarda la funzione e il ruolo degli intellettuali rispetto alla situazione complessiva della nostra Calabria, una terra, come è noto a tutti, antichissima, ricca di storia, di arte e di cultura, ma dove, paradossalmente, in tanti anni tutto è rimasto come prima, se non è cambiato in peggio.

Mi chiedo e chiedo: possibile che la colpa di tutti i nostri guai sia sempre degli altri?

Io non so se siano nel nostro DNA l’indolenza e l’inerzia di cui spesso veniamo accusati noi meridionali; ma, non nascondiamocelo, indolenti un po’ lo siamo. Siamo poco “decisionisti” e spesso rimandiamo al domani cose che si potrebbero benissimo fare qui e ora.

Sarà così forse perché abbiamo sempre subito, senza mai seriamente ribellarci, la violenza degli invasori (Greci, Romani, Arabi, Svevi, Angioini, Aragonesi, Borboni, Fascisti, ‘Ndrangheta…). Certo, in passato non sono mancati episodi e momenti di rivolta e di ribellione, ma sono stati sporadici e non sempre hanno sortito risultati significativi (se fosse dipeso dal Sud, oggi saremmo ancora sotto il regno sabaudo!).

Che cosa poteva aspettarsi dal re il povero contadino meridionale? Eppure, quando col Referendum del ’46, si trattò di scegliere tra Monarchia e Repubblica, il povero “cafone”, con la coppola in mano, andò a dare il suo “sì” alla Monarchia. Ora, con simili premesse, è davvero difficile la battaglia per il cambiamento e il rinnovamento.

Sicuramente, la colpa di tutti i guasti è in larga misura della classe politica; ma è anche colpa nostra, voglio dire della nostra inerzia e indolenza. È colpa delle forze vive del paese e soprattutto degli intellettuali i quali, in questi ultimi anni, sono rimasti a guardare, assumendo una posizione sostanzialmente moderata, se non di acquiescente servilismo, come si potrebbe facilmente documentare, chiacchiere a parte.

È infatti mancato -e manca- un movimento organico di intellettuali che orienti le scelte della classe politica e che costituisca la spinta propulsiva di un cambiamento vero della realtà politica, economica e culturale del nostro paese. A parte la presenza isolata di intellettuali come Cacciari, Saviano, De Masi, Crepet ed altri pochi, tutto il resto è palude.

La seconda questione riguarda il problema della disoccupazione giovanile nel Sud.

Io provo un senso di rabbia e di indignazione di fronte allo spettacolo di tantissimi giovani, diplomati o laureati, con alle spalle costose partecipazioni a Master o a Corsi di aggiornamento, i quali marciscono in anticamera, nell’attesa umiliante e mortificante di un posto di lavoro qualsiasi o sono costretti ad accettare condizioni lavorative umilianti se non a spostarsi nelle regioni settentrionali o addirittura all’estero.

Io non so fino a quando (quo usque tandem) si potrà abusare della loro santa pazienza. I nostri uomini politici sono tranquilli e sicuri che nulla di rivoluzionario accadrà. L’Italia, pensano in cuor loro, non è la Francia; da noi non ci sono i “gilè gialli” sempre attenti e pronti a sottolineare, con scioperi ed altre forme di protesta, situazioni di grave disagio.

Da noi c’è rassegnazione e accettazione fatalistica della realtà, per cambiare la quale credo sia necessario uscire dall’apatia e da ogni forma di inerzia e di indolenza, ricercando un serio ed organico collegamento con quelle forze sane, oggi minoritarie, presenti nel Paese che chiedono a gran voce l’avvento di una politica nuova che veda finalmente l’applicazione dei costituzionali diritti alla salute, all’istruzione, all’ambiente e al lavoro.

I politici, invece di perdere tempo in chiacchiere, dovrebbero iniziare concretamente a preoccuparsi del futuro dei nostri giovani offrendo occasioni ed opportunità per una loro dignitosa sistemazione.

Non vedo altro modo per assicurare quella pacifica convivenza da tutti auspicata ma da nessuno seriamente perseguita e per evitare che la situazione diventi esplosiva, col rischio, prevedibile, di incidenti e di disordini.

Quo usque tandem? (parte seconda)

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