Il futuro della poesia

“È ancora possibile la poesia?” è il titolo del discorso pronunziato da Eugenio Montale in occasione del ricevimento del premio Nobel per la letteratura (1975). La risposta, in estrema sintesi, è affermativa nel senso che per il poeta genovese la vera poesia non è una merce, per cui essa “può dormire i suoi sonni tranquilla. Un giorno si risveglierà”.

Ma che cos’è per me la poesia? Non ne darò una definizione scegliendo tra le due abusate categorie entro le quali ancora oggi molti critici letterari “imprigionano” un poeta; non mi preoccuperò, in altre parole, di accertare se quella di un poeta sia una poesia impegnata (legata alla realtà esterna o al pensiero) o una poesia pura, sentimentale e affidata esclusivamente al libero canto della (sua) anima.

È una questione, detto con franchezza, che per me non si pone, giacché la poesia, quale aristocratica espressione e dimensione dello spirito umano, è sempre “engagée”, come dicono i francesi; è sempre legata ad un bisogno di verità; è sempre impegnata a cantare la vita, la felicità, il dolore, il piacere, il pianto, l’amore e la morte; è sempre pronta ed attenta ad esaltare i valori della vita contro la cultura della violenza e della morte; è sempre ricerca della luce e della pace, specie in un mondo dominato da oscure avvisaglie di tragedia e dal pericolo, mai del tutto scongiurato (vedi la disastrosa guerra tra Russia e Ucraina) di nuovi ed aberranti olocausti.

Rispetto a tutto questo, gli uomini del nostro tempo hanno un gran bisogno di poesia; ne hanno bisogno per uscire dalla loro limitatezza, per varcare la “siepe” e dare forma al loro ricco e variegato mondo interiore; per vedere realizzati quei sogni, quei desideri e quelle aspirazioni che la realtà spesso vanifica o rende impossibili.

Così intesa, la poesia diventa uno spazio privilegiato in cui, attraverso la creazione di spazi e di mondi nuovi, è possibile sopravvivere al montaliano male di vivere e resistere alla fuga irreparabile del tempo.

C’è oggi, ripeto, un gran bisogno di poesia; oggi, soprattutto, in un momento particolare in cui la Società è attraversata da un generale disorientamento e da una profonda incertezza rispetto ai quali la poesia si configura come una specie di rifugio alla nostra disperazione.

In questa prospettiva, l’impegno del poeta dovrà continuare ad essere quello di esplorare l’anima dell’uomo e del mondo e di renderne universali ed attuali i sentimenti e i valori; certo, non è l’impegno nel senso tradizionale, nel senso cioè di un legame o di un servizio da offrire ad un partito o ad uno schieramento politico.

Il poeta non ha padroni da servire né verità da affermare; egli è uno spirito libero, sempre insoddisfatto, insicuro, qualche volta contraddittorio ma sempre imprevedibile. Immerso nel suo tempo e uomo tra gli uomini, il poeta è il custode dei “tesori” del mondo; è la sentinella che veglia vigile e paziente sulla inalterabilità dei sentimenti e sulla inviolabilità dei grandi valori che, grazie alla sua voce, potranno continuare a vivere anche sulle macerie della Storia.

Non ci sarà dunque la fine della poesia, destinata invece a “vincere di mille secoli il silenzio”, proprio perché essa, oltre ad essere l’unica vera ricchezza resistente ai devastatori della Storia, è la voce della Natura che parla attraverso la voce dei poeti.

Forse, solo quando per colpa dell’uomo cibernetico il tempo, lo spazio e la materia saranno divorati dalla morte cosmica e tutto sarà ricomposto nella palla di fuoco delle origini, forse solo allora potrà essere decretata la fine della poesia; ma si tratterà pur sempre di una fine provvisoria, perché sono sicuro che da quello sfacelo risorgerà ancora una volta l’alba della vita e per la poesia ricomincerà l’antica fatica di Sisifo.

5 pensieri su “Il futuro della poesia

  1. L’interessante articolo offre più di uno spunto per una profonda riflessione sulla poesia e il suo rapporto con l’universo mondo.
    Anche il poeta, come ogni artista, cerca di afferrare il senso fuggevole della vita; e lo può fare soltanto attraverso le parole.
    È con le parole, e soltanto grazie ad esse che il poeta può aspirare ad esprimere l’inconoscibile, l’irrazionale, cercando di unire armoniosamente il suo respiro a quello dell’Universo.
    Io ho sempre creduto nella poesia, ma ultimamente la mia fede ha preso a vacillare. Forse da quando la rete ha cominciato a diffondere troppa poesia; e troppi avidi editori, in cerca di guadagni facili, hanno cominciato a corteggiare l’ego spropositato dei tanti, dei troppi poeti della rete. E mi sono chiesto: “Ma non è che mentre noi scriviamo poesie, il mondo se ne va in malora?”
    Mi sono detto che sarebbe bello se la poesia potesse disarmare i malvagi, se i nostri versi spuntassero le armi dei violenti! Ma ho paura che ciò non sia possibile. E se è vero che Hitler e Mussolini scrivevano poesie, ho perfino che anche Putin sia da annoverare tra i poeti! Il che mi ha rimandato a una canzone di Francesco De Gregori, “Le storie di ieri” mi pare che sia il titolo, dove i poeti sono assimilati ai truffatori. Ma forse anche il testo della canzone di De Gregori è una poesia (in forma musicale, ma pur sempre poesia); e allora forse i conti tornano.
    Personalmente ho smesso da un pezzo di scrivere poesie, ma ancora, quantomeno sulla fiducia, voglio continuare a credere che sarà davvero la poesia a salvare il mondo! Grazie per l’articolo e per lo spunto di riflessione che esso ha offerto e che spero sia risultato gradito (e gradevole) ai tuoi lettori.

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