Sulla riscoperta della preghiera

In moltissimi passi del Vecchio e del Nuovo Testamento, come è possibile documentare, Iddio promette di esaudire chi prega:

“Volgiti a me e io ti esaudirò” (Job. 33, 3);

“Il signore, quando è pregato, par che dimentichi tutte le offese che gli abbiamo fatte” (Iacob. Ep.1);

“Dio vuol tutti salvi, non vuole che qualcuno si perda” (Tim. 2, 4);

“Non ricevete perché non chiedete” (Jacob. 4, 2);

“Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto; perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto” (Luca, 11, 10);

“Qualunque cosa chiederete per i miei meriti, la farò” (Giovanni, 14, 13);

e ancora (Giovanni, 16, 24) in un passo nel quale Gesù rimprovera i suoi discepoli perché trascurano di chiedergli le grazie: “Finora non avete chiesto nulla in mio nome: chiedete e otterrete, perché la vostra gioia sia piena”.

Indubbiamente la preghiera può aiutare a dare una risposta a questioni e problemi umanamente irrisolvibili; penso alle preghiere rivolte in passato a Dio per il tramite di San Gennaro, al quale vengono riconosciuti dalla vulgata popolare l’amore e la predilezione speciale del Santo verso la città di Napoli e verso tutti i Napoletani, per avere Egli “arrestato il cammino della lava sterminatrice del Vesuvio”, e per avere “prodigiosamente” liberato i Napolitani “dalla peste, dai tremuoti, dalla fame e da tanti altri castighi divini i quali gittavano lo spavento in mezzo a noi” (da 200 giorni d’indulgenza, una volta al giorno. Stab. Pezzini, Milano IV, 1913).

Ma la preghiera è per lo più considerata lo strumento con cui ci si mette in rapporto, oltre che col proprio mondo interiore, col nostro prossimo per trarne sollievo, conforto, maggiori sicurezze e certezze e nuove lezioni di vita.

Penso, in tale ottica, al “Pregate per me” con cui Papa Francesco ogni volta si congeda dai fedeli: che è un modo per sentirsi vicino alla gente, per chiederne la comprensione, la stima, la solidarietà e l’affetto.

In altri passi la preghiera è vista come una forza salvifica che libera l’uomo dalle forze del male e lo allontana da ogni pericolo; così è nel Salmo 49, 15 : “Chiamami ed io ti libererò dai pericoli”.

Ma anche in altre religioni la preghiera ha un’importanza centrale. Per il mondo musulmano, come è noto, la preghiera (sadat) è uno dei cinque pilastri dell’Islam. Con la preghiera il musulmano si rivolge direttamente ad Hallàh, ne invoca e ne chiede la protezione e l’allontanamento da ogni male. Durante la preghiera egli implora la salvezza e trova nella sua intimità pace e serenità.

Anche la preghiera buddista aiuta il devoto a migliorare il proprio mondo interiore e a trovare in esso serenità, felicità e pace. Ma la preghiera buddista si distingue dalle altre preghiere per il fatto che il Buddismo colloca il “divino” all’interno della vita del singolo praticante, essendo suo scopo fondamentale quello di risvegliare le nostre innate capacità interiori di forza, di coraggio e di saggezza, senza invocare forze divine esterne.

Solo nel Confucianesimo c’è scarsa attenzione per la preghiera. Per Confucio tutta la propria vita deve essere integra, pura, una specie di preghiera; le cattive azioni, com’egli insegna, recano offesa agli dei, e “chi offende gli dei non ha nessuno da pregare”.

Tornando ora alla pratica della preghiera cristiana, ch’io sappia, mai le preghiere per ottenere una grazia, hanno sortito risultati positivi. Penso alle preghiere, alle suppliche e alle processioni, che, in passato, sono state programmate per far cessare la peste o la terribile “Spagnola”; penso alle centinaia di migliaia di preghiere che specie in questi ultimi due anni sono state rivolte a Dio per ottenere la liberazione dal Covid-19 o da altre terribili, future pandemie o per far cessare le guerre che continuano a tormentare molti Stati e Paesi del mondo.

Penso al silenzio spettrale e surreale di Piazza San Pietro, vuota, che il Papa, nella serata del 27 marzo 2020, attraversa in pensosa e preoccupata solitudine. Ma penso soprattutto alle gravi, dure parole (che a me hanno fatto accapponare la pelle!) pronunciate da Paolo VI, il 13 maggio 1978, nella Basilica di San Pietro, durante la celebrazione dei funerali di Aldo Moro, con quella sua voce profonda e cavernosa:

“Ed ora le nostre labbra chiuse come da un enorme ostacolo simile alla grossa pietra rotolata all’ingresso del sepolcro di Cristo, vogliono aprirsi ed esprimere il “De profundis”, il grido ed il pianto dell’ineffabile dolore con cui la tragedia presente soffoca la nostra voce […] Signore, Dio della vita e della morte, Tu non hai esaudito la nostra supplica per l’incolumità di Aldo Moro, di quest’uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico […]”.

E tuttavia, la preghiera, nonostante il fallimento e la delusione rispetto alla promessa di veder esaudita una supplica o la richiesta di una grazia, continua ad essere di grandissimo conforto (e questo è un bene!) e aiuta a superare i momenti tragici della vita, ad elaborarne, come si dice, il lutto, a fermarsi a riflettere e a meditare sugli aspetti fondamentali dell’esistenza: sulla gioia ma anche sul dolore, sulla sofferenza e sulla morte.

Ed è forse nel riconoscimento dei nostri limiti e della nostra fragilità, in questo guardar dentro (e non fuori di noi) ed interrogarci sulle nostre potenzialità e su quei nascosti flussi energetici mai scoperti e mai esplorati (e mai completamente resi fruibili o utilizzati al meglio), in questo tentativo di risvegliare le nostre innate capacità interiori di forza, di coraggio e di saggezza; è in questa nuova dimensione, vale a dire nella valorizzazione degli aspetti laici e soprattutto nella ritrovata fiducia nella Scienza, che io vedo l’approdo e la “riscoperta” della preghiera la quale, in questa prospettiva, potrà essere accettata anche dai non credenti.

È solo utopia tutto questo?

5 pensieri su “Sulla riscoperta della preghiera

  1. Assolutamente no. Credo che ognuno nel profondo, cerca di far preghiera a modo proprio, quando ne ha bisogno. Credo che no passi per una religione, qualsiasi essa sia. È una introspezione, una ricerca di conforto e confronto in e con noi stessi.

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  2. Spesso si prega per la salvezza del corpo e non dello spirito, purtroppo. Preghiamo per non ammalarci, per non perdere il lavoro o per vincere una lotteria, ma poche volte per salvare la nostra anima e per farla accogliere nell’aldilà. Pensiamo molto alla vita terrena e poco a quella eterna

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    1. Nel mio caso personale, la parte fisica condiziona gran parte della mia personalità e soprattutto l’anima, che poco a poco si sta fossilizando.
      Particolarmente non prego nessuno di preciso, ma trovo “consolazione” in una bella veduta, nel calar del sole, un sorriso inaspettato, una carezza, guardare le stelle. Non esiste per me la salvezza, caso mai la penso come “liberazione ” del corpo e anima. Cari saluti.

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