“Ride la gazza, nera sugli aranci” di S. Quasimodo


“Forse è un segno vero della vita:
intorno a me fanciulli con leggeri
moti del capo danzano in un gioco
di cadenze e di voci lungo il prato
della chiesa. Pietà della sera, ombre
riaccese sopra l’erba così verde,
bellissime nel fuoco della luna!
Memoria vi concede breve sonno;
ora, destatevi: ecco, scroscia il pozzo
per la prima marea. Questa è l’ora:
non più mia, arsi, remoti simulacri.
E tu vento del sud forte di zàgare,
spingi la luna dove nudi dormono
fanciulli, forza il puledro sui campi
umidi d’orme di cavalle, apri
il mare, alza le nuvole dagli alberi:
già l’airone s’avanza verso l’acqua
e fiuta lento il fango tra le spine,
ride la gazza, nera sugli aranci”.

Tema ricorrente di molte poesie di S. Quasimodo, è il ricordo dell’infanzia e della giovinezza vissute a Modica: un paese della Sicilia, dove nasce il 20 agosto 1901. Premio Nobel per la letteratura nel 1959, il nostro poeta, colpito da un malore improvviso, muore il 14 giugno 1968 ad Amalfi, dove era stato invitato a presiedere la giuria di un premio nazionale di poesia.

La lirica “Ride la gazza, nera sugli aranci”, che fa parte della raccolta “Nuove poesie” (1936-42), si apre con l’immagine di un pezzo lontano della sua vita; il poeta non ha dubbi di trovarsi non di fronte a visioni oniriche, ma ad immagini vere, a figure concrete, a veri segni della vita.

Seduto e tutto concentrato sul ricordo della sua fanciullezza, una sera il poeta, che vive altrove, si ritrova all’improvviso, come per incanto, nel grande prato davanti alla chiesa di Modica e “vede” intorno a sé i suoi compagni d’infanzia che “con leggeri moti del capo danzano in un gioco di cadenze e di voci”: un dono prezioso e generoso che la sera gli offre attraverso la visione dei compagni di un tempo, quasi “ombre” dantesche, splendenti sopra l’erba, resa più verde dal riflesso della luce della luna.

Ma il poeta ha fretta; la sua memoria concede “breve sonno” ai cari compagni d’infanzia, per cui li invita a ridestarsi per rivivere insieme a lui, come un tempo, l’ora magica della prima marea che, scrosciando, riempie d’acqua i pozzi vicini al mare.

Ma quest’ora non più gli appartiene; certo, urla ancora la marea e continua ancora a riversare la sua acqua scrosciante nei pozzi; ma il poeta non la sente più come sua: passata è la fanciullezza e passata è anche la giovinezza, di cui restano solo “remoti simulacri” che, per quanto lontani e bruciati dal tempo, sono ancora presenti e vivi nella sua memoria.

Nella seconda parte della lirica il poeta invita il vento del sud, gravido dell’inebriante ed intenso profumo delle zagare, a spingere la luna ad illuminare la spiaggetta in riva al mare, “dove nudi dormono fanciulli”; a guidare il puledro nella ricerca delle cavalle, a fare spumeggiare il mare e a sollevare in alto la fitta nebbia per rendere visibili gli alberi.

La lirica si chiude con l’immagine dell’airone (uccello caro al Quasimodo) che s’avanza verso l’acqua del fiume (forse il fiume Irminio che scorre a pochi chilometri da Modica; il fiume -paradiso della natura- dove, secondo un’antica leggenda, abitò Mercurio) e fruga nel fango, tra le spine, per catturare un verme o un pesciolino, mentre la gazza, macchia nera sugli aranci, ripete il suo verso che sembra un riso.

Quanto al linguaggio, mi limito a sottolineare l’uso della virgola dopo la parola gazza; bisogna pertanto leggere non “ride la gazza nera sugli aranci”, ma “ride la gazza, nera sugli aranci”.

La gazza, come è noto, è un uccello simile al corvo, col piumaggio bianco sul ventre, ma nero lucido sulle altre parti del corpo e sulla lunga coda. Qui la gazza appare al poeta come una vistosa macchia nera sullo sfondo verde degli aranci: un particolare che solo la fantasia di un grande poeta poteva partorire.

3 pensieri su ““Ride la gazza, nera sugli aranci” di S. Quasimodo

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