Rileggendo la nostra Costituzione

Tra tutte le Carte costituzionali, quella della Repubblica italiana è senz’altro una delle più avanzate sul piano politico e sociale. Nata all’indomani dell’immane tragedia fascista (1946), essa è il frutto dell’appassionato contributo ideale e culturale di tutte le forze politiche democratiche.

I principi fondamentali della Costituzione sono quelli che si riferiscono alla libertà, all’uguaglianza, alla giustizia sociale, alla sovranità popolare, insieme alla valorizzazione del concetto etico, politico e sociale del lavoro: principi tuttora validi che costituiscono la base di ogni civile e democratica convivenza.

Certo, ci sono delle insufficienze e delle correzioni da apportare, ma non si tratta solo di modificare il testo costituzionale quanto piuttosto di renderne effettiva l’applicazione, perché non resti semplice utopia; un problema quindi essenzialmente politico, di volontà e di scelte cui sono chiamate le forze che governano il paese. È colpa di queste forze se molta parte della nostra Costituzione non viene applicata.

Prendiamo, per fare un esempio, l’art. 4 che sancisce il diritto al lavoro il quale, tra i diritti fondamentali del cittadino, acquista particolare rilievo e importanza sociale.

Si afferma nel predetto articolo che la Repubblica si impegna a promuovere le condizioni che rendono possibile questo diritto. Ebbene, qual è la situazione dell’occupazione in Italia? Certo, a giudicare dai milioni di disoccupati -la gran parte giovani- non si può dire che il sacrosanto diritto al lavoro sia veramente garantito a tutti!

Lo stesso discorso vale per l’applicazione dell’art. 33: “[…] La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. […]”; e dell’art. 34, relativo al diritto allo studio: “La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore […] è obbligatoria e gratuita […]“.

Ma nonostante queste solenni enunciazioni, la verità è che l’atteggiamento del legislatore rispetto ai problemi della Scuola e del diritto allo studio è stato ed è tuttora caratterizzato da incertezze e colpevoli ritardi che hanno gettato un’ombra di discredito sulle istituzioni scolastiche nel loro complesso.

L’unica riforma di rilievo fatta in settant’anni di Repubblica è stata l’istituzione nel 1962 della Scuola Media Unica. Manca ancora una seria riforma della Scuola Secondaria Superiore e dell’Università; non è stato risolto il rapporto tra titolo di studio e mondo del lavoro; non si è seriamente affrontato il problema delle strutture. Tutto questo ha generato un diffuso malessere del corpo docente e una profonda insoddisfazione e insofferenza nei giovani studenti costretti a “sostare” nella scuola, senza prospettive circa una loro immissione nel mondo del lavoro.

Un discorso a parte va fatto per quanto riguarda una serie di valori che confliggono con il concetto di inviolabilità della libertà del cittadino (artt. 13-16) e ai quali la Costituzione non aveva posto adeguata attenzione e per i quali si è reso necessario l’intervento da parte del legislatore. Si pensi all’obiezione di coscienza, alla libertà provvisoria, al soggiorno obbligato, alla carcerazione preventiva… (limitazioni della libertà per evitare ulteriori ingiustizie, prevaricazioni e discriminazioni). Certo, piccole correzioni ed opportuni aggiustamenti saranno ancora da apportare, ma al di là di questo, credo che la Costituzione sia attualmente valida; si tratta solamente di applicarla!

L’altro grande tema riguarda il problema della governabilità che è strettamente collegato alla scelta di un sistema elettorale che metta le forze politiche nelle condizioni di affrontare e risolvere i problemi del Paese. Io credo che i tempi siano maturi per andare verso un sistema elettorale bipolare che veda due schieramenti politici alternativi con diversi programmi. Ma su questa materia è difficile fare previsioni; discussioni e accesi dibattiti sono da tempo in atto tra le forze politiche.

Come ha scritto G. Zagrebelsky (Questa Repubblica, Le Monnier, Firenze, 1994), “Secondo le previsioni, si determineranno almeno tre grandi gruppi […] Questo farà sì che dalle elezioni non risulti necessariamente una maggioranza chiara e tutto possa ritornare alla passata situazione, con trattative tra le segreterie dei partiti, la convergenza al centro, il blocco dell’alternanza, eccetera”.

Ma tutto questo non riguarda assolutamente la validità e la vitalità della nostra Carta costituzionale che ha soltanto 75 anni (e non li dimostra!) e che sicuramente è destinata a durare nel tempo, immortale come tutte le grandi produzioni dello “spirito” umano.

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