“Alle fronde dei salici” di S. Quasimodo


“E come potevamo noi cantare
con il piede straniero sopra il cuore,
tra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento
d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero
della madre che andava incontro al figlio
crocifisso sul palo del telegrafo?
Alle fronde dei salici, per voto,
anche le nostre cetre erano appese:
oscillavano lievi al triste vento”
.

È affermazione diffusa che la poesia, per “germogliare”, abbia bisogno di un humus culturale e spirituale di libertà e soprattutto di pace; le atrocità della guerra e le indicibili mostruosità generate dal sonno della ragione non favoriscono la nascita della poesia.

E il Quasimodo lo lascia intendere attraverso l’uso della congiunzione “e”, con la quale si apre la lirica e nella quale è graficamente racchiuso questo concetto.

Come potevano, infatti, i nostri poeti scrivere versi (“cantare”) quando l’Italia, negli ultimi anni della seconda guerra mondiale, era militarmente occupata dalle truppe tedesche (“il piede straniero”)?

Come si poteva cantare di fronte alle tante distruzioni, ai tanti morti e alle tante inaudite bestialità; di fronte al grido straziante (“urlo nero”) delle madri, impazzite e pietrificate dal dolore dinanzi alla vista dei propri figli appesi ai pali del telegrafo?

Di fronte a questi atroci spettacoli, ai nostri poeti non rimaneva altro che appendere le cetre ai rami (“fronde”) dei salici, come fecero gli Ebrei durante la schiavitù babilonese (“Alle fronde dei salici, per voto, anche le nostre cetre erano appese”); “per voto”, vale a dire con la promessa solenne e l’impegno di riprenderle una volta che la guerra fosse terminata.

Qui il Quasimodo si richiama espressamente al Salmo 136 della Bibbia con la plastica rappresentazione delle cetre appese ai salici in attesa della liberazione dalla schiavitù:

“Là, presso i fiumi di Babilonia,
sedemmo e piangemmo ricordandoci di Sion.

Ai salici delle sponde appendemmo le nostre cetre.
Là ci chiedevano delle canzoni quelli che ci avevano deportati;
dei canti di gioia
quelli che ci opprimevano, dicendo:
“Cantateci canzoni di Sion”.
Come potremo cantare i canti del Signore
in terra straniera”?

Il Salmo 136, composto al tempo dell’esilio degli Ebrei in Babilonia (586-538 a.C.), canta la nostalgia degli esuli per la terra natale. L’ignoto autore ricorda con affetto gli antichi canti e l’antica patria lontana; ma non ha alcuna intenzione di cantare in terra straniera (per compiacere agli oppressori) i bei canti di Sion. Il popolo oppresso preferisce tacere e appendere le proprie cetre ai salici lungo i fiumi di Babilonia.

Nella lirica si fa riferimento agli effetti devastanti del conflitto (’39-’45) che provocò milioni di morti e che, in Italia, obbligò gli Italiani a prendere coscienza della brutalità e al tempo stesso dell’inconsistenza della dittatura fascista che aveva voluto la guerra e che aveva portato il popolo alla rovina e alla disperazione. Il conflitto, come è noto, verso la fine diventò guerra civile, con l’occupazione nazista dell’Italia e la lotta partigiana contro i nazi-fascisti che coinvolse tutti, compresa la popolazione civile.

Per quanto riguarda il linguaggio, è da sottolineare la scelta di parole-immagine (“piede”; “urlo”; “agnello”; “palo del telegrafo”; “vento”) e la presenza di figure retoriche, tra le quali:

la metafora (trasposizione simbolica di immagini) “Lamento d’agnello dei fanciulli”;

la sinestesia (unione di parole che esprimono manifestazioni sensoriali diverse) “L’urlo nero”;

l’enjambement (per cui la frase non termina alla fine del verso, ma continua nel verso successivo) lamento/d’agnello; urlo nero/della madre;

la sineddoche (sostituzione di una parola con un’altra di significato meno ampio o più ampio) “con il piede straniero sopra il cuore” dove “piede” sta per oppressione e “cuore” sta per popolo italiano;

l’allitterazione (ripetizione degli stessi suoni in una frase o in un verso) vedi i suoni l, n, che si ripetono nel verso “al lamento d’agnello dei fanciulli” o i suoni l, r del verso “all’urlo nero della madre”.

Si tratta, in definitiva, di una lirica molto curata; il che è una conferma del fatto che non è facile fare poesia; nella poesia, infatti, gioca un ruolo fondamentale il mestiere, vale a dire il paziente lavoro di lima con cui il poeta “costruisce” le parole in maniera da far loro esprimere qualcosa in più rispetto al significato che esse hanno nel normale linguaggio della comunicazione quotidiana; per cui -e concludo- è giusto affermare che “Poeta si nasce”, ma è altrettanto corretto aggiungere che “Poeta si può diventare”.

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