Liturgia latina e popolo (in Calabria)

Vorrei richiamare l’attenzione dei lettori su una questione, ancora oggi non del tutto risolta, e in passato (anni ’60) sollevata dal coltissimo Cardinale bolognese Giacomo Lercaro, il quale si era opposto all’obbligo di celebrare la messa in latino, sostenendo che il popolo, non conoscendo il latino, non poteva partecipare pienamente alle funzioni religiose.

Per il pubblico non colto, infatti, il latino rappresentava una sorta di barriera tra lui e il prete il quale celebrava la messa in una lingua per lui incomprensibile ma che esercitava una indubbia forza magica di suggestione.

A questa sua ignoranza egli suppliva con la sua creatività e con la sua immaginazione, sostituendo le frasi e le parole latine con espressioni dialettali in perfetta assonanza col latino e dando ad esse una propria originale interpretazione, in linea con la semplicità e la genuinità del suo modo di sentire (si legga su questo argomento “Una serata in famiglia” di Ardengo Soffici, ediz. La Voce, pag. 21, dove è piacevolmente riprodotto il gergo del rosario).

Così, la frase “Ave Maria gratia plena, dominus tecum est” = “Ave Maria, piena di grazia, il Signore è con te”, diventava “Ave Maria Grazia, prena (incinta) di dominusteco”;

così l’espressione “Verbum caro factum est” = “La parola divenne carne” (alla quale fa riferimento il Boccaccio nel Decameron nella giornata sesta, novella X, per bocca di frate Cipolla), diventava “Verbum caro fatti alle finestre”;

così l’espressione “Tibi solo peccavi et malum coram te feci” = “Solo contro di te ho peccato e davanti al tuo cospetto ti ho fatto del male” veniva popolarescamente resa con “Timpi (cioè baratri, voragini) sugnu li piccati e mali ntra lu cori a chi li fici”;

così, infine, la frase “Tantum ergo sacramentum veneremur cernui” = “È tanto grande la divinità, veneriamola col capo all’ingiù”, veniva cantata “Tantu randi è lu sacramentu, veneramulu accussì”;

così, l’espressione “Saecula saeculorum, amen” = “Secoli dei secoli, così sia” diventava “Se cula (si conforta) cu ‘loro mamme”;

così, infine, la frase “Fructus ventris tui, Jesus” = “Frutto del tuo ventre, Gesù” diventava “Frutto ventri stuiesu”.

In conclusione, se dagli esempi riportati e da altre espressioni che vi si potrebbero aggiungere, si può affermare che il popolo non recitasse meccanicamente le sue preghiere in latino ma desse a queste ultime una sua interpretazione, è pur vero che soltanto la sostituzione del latino con la lingua volgare nella liturgia, può offrire al popolo la possibilità di una sua piena adesione e partecipazione ai sacri riti, che poi dovrebbe essere l’obiettivo fondamentale da raggiungere, o no?

4 pensieri su “Liturgia latina e popolo (in Calabria)

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