“Mattina” di G. Ungaretti

“M’illumino
d’immenso”

A proposito di questa brevissima lirica, sentite cosa ne scrive Benedetto Croce (B. Croce, “Letture di poeti”, Bari, Laterza, 1950, pp. 279-280):

“Ci sono due versi, o piuttosto alcune sillabe, divenute quasi popolari in Italia (come “La vispa Teresa”) le quali campeggiano in un volume di versi, solitari e solenni, nel bel mezzo di una pagina bianca: “M’illumino d’immenso”. Molti, a quanto sembra, ne hanno ricevuto un urto nel petto, una scossa elettrica, o, come dicono (beati loro!), un “brivido cosmico”. A me non è toccata questa fortuna”.

Per il Croce, questi due versi, peraltro pubblicati prima col titolo “Cielo e mare”; poi ripubblicati col titolo diverso, “Mattina”, non costituiscono vera poesia, la quale non può vivere nell’incertezza, ma deve sempre avere “un suo valore preciso, essendo il pregio dell’arte in ben altro che nella husserliana indeterminatezza”.

Ora, con tutto il rispetto e la benevolenza che si devono ad un grande pensatore, penso che egli abbia un po’ esagerato nel dare un giudizio negativo su molta parte della poesia ungarettiana e più in generale sull’Ermetismo. Per il Croce, infatti, la poesia è libero canto del cuore, genuina espressione del mondo interiore del poeta; poesia è intuizione lirica pura, pura effusione dell’anima non contaminata o guastata dal contatto con la realtà esterna o col pensiero.

Ma io non ritengo che la poesia sia solo questo. Poesia è il mondo e l’umanità fioriti -come pensava Ungaretti- dalla parola, dal segno, dal colore, dalla musica; poesia è compartecipazione alla gioia, al dolore, alla sofferenza; poesia è anche impegno civile, strumento per la divulgazione delle idee e per l’affermazione della verità.

E poi non è neanche vero che la poesia abbia sempre “un suo preciso valore” e che la determinatezza dell’espressione poetica sia il suo requisito fondamentale.

La poesia, come è ben risaputo, si gioca tutta sul linguaggio; nel testo poetico, infatti, la parola, pur conservando un suo “preciso” significato letterale, si carica e si arricchisce di altri significati che, mentre le conferiscono una carica espressiva più ampia e più vasta, le fanno perdere la sua determinatezza, diventando segno, simbolo e immagine che allude, suggerisce, evoca, apre e crea spazi sempre nuovi e porta con sé una sua incertezza e una sua indeterminatezza che non piacciono al Croce (il quale, come sappiamo, ha della poesia un ben altro concetto), ma che costituiscono, a mio giudizio, l’anima della grande poesia.

Con solo “due versi” Ungaretti è riuscito a comunicare e a far comprendere al lettore l’idea dell’immensità la quale nasce dalla fusione della luce solare del mattino con l’immagine spaziale del mare e del cielo: due versi, in conclusione, di grande efficacia comunicativa che dicono, checché ne pensi Benedetto Croce, più di quanto descrivono, suscitando emozioni e stati d’animo che (miracolo della poesia!), universalizzandosi, diventano patrimonio di ciascuno di noi.

5 pensieri su ““Mattina” di G. Ungaretti

  1. Ho inviato involontariamente prima di finire (volevo cancellare abbia espresso un sentimento) pertanto dicevo che quelle due parole mi trasmettono gioia e grandezza, ottimismo e volontà, decisamente è poesia Stefiblu

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