Franco Barbarossa artista e poeta

Franco Barbarossa, nato a Paola nel 1946, vive a Francavilla Angitola in provincia di Vibo Valentia. È un pittore non spregevole, ed è anche autore di una raccolta di poesie inedite, che ho avuto il piacere di leggere, e che mi auguro siano presto pubblicate.

Ciò che più colpisce in queste liriche è l’estremo interesse con cui egli guarda alla vita nelle sue varie articolazioni. Per Franco la vita è crudeltà, dolore, sofferenza, ma anche sogno, gioia, piacere. Essa è un viaggio -breve o lungo non importa- che va percorso e vissuto intensamente, perché breve è la stagione del sole e i mali, le sventure e la morte sono sempre in agguato, dietro l’angolo, pronti a colpirci in qualsiasi momento:

“Racchiuso in un circuito, annusi
il sapore della vita, il profumo
dei fiori, il calore della luce.
Ma, alla fine, il carburante comincia
a venir meno…
Non puoi fare il pieno, il serbatoio
è bucato, troppi falli si sono accumulati.
Ma pensi di essere arrivato, ce l’hai fatta.
Finalmente sei arrivato, è finita, è finita”.

(Dalla lirica “Il senso della vita”)

Al centro del suo universo poetico c’è l’amore per la sua terra di elezione, Francavilla Angitola, il paese del “Drago”, come la definisce il poeta di origine francavillese Vittorio Torchia:

“A lingua di drago si distende,
melodica vallata in collina,
juda e fria a levante,
costera a ponente”.

(Dalla lirica “Francavilla”)

Ma c’è soprattutto il ricordo del passato, percepito e vissuto come nostalgia di un tempo felice, di un mondo perduto, di un’infanzia e di una fanciullezza spensierate. Toccante e commovente è il ricordo degli amici scomparsi: del cugino Antonio, del medico Amedeo, dell’arciprete Condello, di zio Pasquale, di Ulisse De Rocco e di tanti altri “forse da qualcuno dimenticati”.

Forte, nelle sue liriche, è la passione per l’uomo, il rispetto per il lavoro degli umili, per le sofferenze dei poveri e dei deboli. C’è la genuinità, la semplicità, l’umiltà di atti e di comportamenti di personaggi oggi quasi fuori dal tempo, come quel ciabattino, “questo signore della città”, che “batte e ribatte chiodo su suola”; come quel “ragazzo” di 97 anni, un tempo maestro di eccellenza, gigante, pozzo di cultura, umile dentro con un gran cuore”; come quel contadino che, “a sera, si ritira a casa sul carretto trainato dai buoi”; come quel Don Nicola, “u cumpari”, gran bevitore che, ricoverato in ospedale, non vede l’ora “mu nescia viatu ca senza lu vinu non pota cchjù stari” (dalla lirica “Allu cumpari”).

L’amore e la donna (le donne) hanno un posto fondamentale nelle sue poesie. L’amore è innanzitutto gioia di vivere, è fuoco che arde, è una forza incoercibile che quando ti tocca ti “rimbambisce” e ti fa restare “sofferente” o “quasi morto”; è un sentimento che fa palpitare il cuore:

“Che notte questa notte!
Non ero solo, c’eri tu con me.
La tua mano nella mia
e il cuor mio palpitava”.
(dalla lirica “Calda notte”)

Ma l’amore è soprattutto un sentimento alto e nobile, la cui purezza, anche nel sogno, non dovrà mai essere violata o guastata:

“Ho sognato
un bel fiore in mezzo al prato.
Per un attimo ho pensato
poi in fretta m’inchinai;
ma nell’aria una vocina
disse: piano, mi fai male.
Era bello e delicato
che raccoglierlo volevo,
ma… ho pensato,
era bello solo nel prato
ed allora lo lasciai”.

(Dalla lirica “Un bel fiore”)

Per Franco le donne sono creature adorabili che riempiono di tenerezza e di dolcezza il nostro cuore. Bella è “una ragazza cara, bella con dolci sembianze di madonna”; Maurizia è la donna ideale, è per lui la sua esistenza, il suo sogno; è la donna che ama “più d’ogni cosa al mondo”; Giovanna, la bella straniera, è la donna-avventura conosciuta un giorno su una spiaggia: “occhi di mare, nera di capelli, distesa tu sedevi sulla sabbia”. E c’è infine Teresa, la dolce e bella “sirena”, della quale il nostro poeta è perdutamente innamorato.

Ma altrettanto importante nelle sue poesie e nei suoi quadri è il momento, per così dire, riflessivo. Egli riassume il senso della vita:

“navigando felice
nell’ombra dell’amore,
vagando nel desiderio
di raggiungere l’infinito
che forse qualche stella gli nasconde”
.
(Dalla lirica “Lamento”)

Ricerca dell’infinito che è al centro della poesia dall’omonimo titolo, nella quale “l’aspra e contestata amarezza di un’acida giovinezza”, anzi della sua vita stessa, “si nasconde lontano per cercare rifugio… nell’infinito”; infinito che non spaventa il nostro poeta, come non lo spaventa il pensiero della morte che egli addirittura vorrebbe vedere in faccia:

“Chi sei?
Non t’ho vista mai,
ma tutti parlano di te.
[…] Eppur, ti son sincero,
vorrei vederti in faccia”.

(Dalla lirica “Alla morte”)

Ultimo dato del suo complesso mondo poetico riguarda la ricchezza e la varietà del linguaggio: semplice, fresco e agile, a volte naif, in cui egli mette a nudo il suo mondo interiore, le sue emozioni, le sue sensazioni le quali si materializzano, per così dire, nei disegni e nelle figure che accompagnano e fanno da commento a ciascuna poesia.

Anche il dialetto francavillese ha un posto non secondario nelle sue liriche (“Amaru destinu”, “Sulu”, “Allu cumpari”), una lingua oggi sulla via del tramonto che però conserva una sua insostituibile forza espressiva e una singolare carica immaginifica, che completa, sul piano del linguaggio, l’opera poetica di Franco Barbarossa la quale si inserisce degnamente nel filone della grande poesia calabrese.

3 pensieri su “Franco Barbarossa artista e poeta

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