La Commedia umana: brevi storie di varia umanità

Con “La Commedia umana: brevi storie di varia umanità” (Tropea, M.G.E., 2011), Mommo Rombolà torna alla ribalta con un’opera, la cui originalità risiede in primo luogo nella scrittura, agile, semplice e vera che riesce a conservare un tono di leggerezza anche quando vengono raccontate vicende crude e tragiche.

Ma, a parte la loro originalità, i nuovi racconti sono risultati per me una sorta di rivelazione; non tanto del talento dell’autore che mi è stato sempre chiaro e che ho avuto modo di accertare attraverso la lettura dei suoi scritti, quanto della sua capacità di dar vita a personaggi, a situazioni, a storie a volte assurde e paradossali, sempre però raccontate con la massima attenzione e partecipazione.

Si tratta per lo più di racconti di tristi vicende o di drammi esistenziali altrettanto disperati e tragici. C’è in tutti i racconti una nota di dolente amarezza che nasce dalla constatazione che la vita non è altro che un breve, labile soggiorno continuamente insidiato dalla sventura, dal capriccio, dalla decadenza e dalla morte.

Il nostro mondo, come scrive Mommo, è “pieno di tante miserie, di tanti bassi desideri e false gioie”, ma non dobbiamo per questo rassegnarci; occorre invece resistere e gridare un forte no alla controcultura della violenza e della morte e un altrettanto forte sì alla vita, alla bellezza e all’amore, nella speranza che un giorno non lontano, dopo l’avvenuta riconciliazione tra il lupo e l’agnello, si possa costruire un mondo più giusto e senza odio:

“Il lupo e l’agnello si sveglieranno un giorno, in un futuro lontano e non troveranno più quel mondo che hanno lasciato devastato e sconvolto. Troveranno invece pascoli ridenti ove era il deserto; sotto un cielo terso e luminoso, acque fresche, scorrenti limpide dai monti, alberi verdi, case bianche e bimbi che s’inseguono sotto l’occhio vigile delle mamme. Essi stessi, il lupo e l’agnello, non si sentiranno più nemici e guarderanno felici quel mondo nuovo sorto come per magia”.

È ovviamente anche la speranza di noi tutti!

È in questa ampia prospettiva che vanno inseriti i racconti di Mommo, i quali possono considerarsi come altrettante scene di una commedia umana quotidianamente recitata da attori veri, sempre alle prese con le imprevedibili insidie e difficoltà che la vita riserva a ciascuno di noi: confessioni e riflessioni di un uomo ansioso, non in pace con se stesso, che racconta i momenti felici della sua vita, ma anche le sue amarezze e le sue delusioni le quali, trasferite in uno spazio, per così dire letterario, sembrano trovare un certo rasserenamento e una, se pur illusoria, ricomposizione.

“Anch’io -confessa l’autore- ebbi i miei grandi dispiaceri e per non morire, mi misi a scrivere, affidando alle pagine dei miei libri e alla memoria i miei sogni sperduti”.

I racconti de “La Commedia umana” si aprono con un improvvisato sindacalista scroccone e tuttofare: “il professore”, uno di quei personaggi originali che era facile incontrare fino agli anni sessanta, al quale si rivolgevano generalmente contadini e immigrati, e al quale affidavano i pochi risparmi nella speranza di veder presto riconosciuto il loro diritto alla pensione. Spesso questi risparmi finivano in pantagrueliche scialate mangerecce, ma c’era pur sempre qualcuno disposto a giurare che, grazie a questi personaggi, alcuni avevano già ricevuto gli arretrati della pensione, sui quali, ma questo nessuno lo diceva, avevano dovuto pagare il “pizzo”, per via delle spese che questi signori dicevano di aver sostenuto per “ungere questo o quel tal alto funzionario” (dal racconto “Un personaggio originale”).

Nel racconto “La terra ha tremato” l’anonimo protagonista si trova accovacciato in un cunicolo apertosi appena la terra aveva cominciato a tremare, i muri a spaccarsi, le strade ad aprirsi in voragini senza fine”. Al centro di questo racconto c’è il tema della fragilità umana di fronte alla potenza terribile e travolgente della natura. Sullo sfondo resta il tema della morte qui vista e percepita come un pericolo incombente, come una presenza reale che sta in agguato, dietro l’angolo. “La paura di morire sepolto vivo” prende il protagonista del racconto, ma non c’è in lui la disperazione, ma piuttosto la serena accettazione della tragedia e della morte, la quale interviene beffarda proprio nel momento in cui la salvezza sembrava vicina: “Gli uomini che lo avevano individuato e che freneticamente scavavano, lo trovarono con una mano tesa verso quel punto in alto dal quale aveva sentito arrivare la salvezza che però non era giunta in tempo”.

In un altro racconto, “Vertigini”, l’anonimo protagonista, in preda al suo male, vaga col pensiero “al di là della realtà fisica, in un mondo da cui avrebbe potuto vedere il mondo dei vivi… entrare nelle loro case… appropriarsi di notizie ignote, di misteri insoluti… e chi sa quante altre magagne avrebbe potuto scoprire”.

Commovente è il ricordo di Agostino, Tito per gli amici. Nel racconto dal titolo “Agostino” Mommo ricorda con grande affetto l’amico e lo rivede bambino quando, anch’egli bambino, andava a trovarlo presso il fondo della “Congregazione”, nel casino dove vivevano i genitori di Agostino: un casino favoloso in mezzo a vasti campi, con l’aia davanti a vigneti a perdita d’occhio. In questo casino i due bambini si rifugiavano a giocare a nascondino o alla ricerca delle poche piante del prezioso zibibbo o dei pomi di vigna. Stimato ed apprezzato per la sua umanità e per la sua disponibilità, Agostino era conosciuto ovunque, particolarmente nel mondo della scuola, per la sua abilità nell’aiutare e nel consigliare i professori nella scelta e nella adozione dei testi scolastici. Dopo la perdita della figlia giovanissima, Agostino “cominciò a seccare come una quercia sradicata dal vento e a morire lentamente”, se ne andò in un mattino d’autunno, assopito in un sonno senza fine, sereno, con le labbra a smorzare un fuggevole sorriso”.

“La storia di poveri amanti” è il racconto della fine di un grande amore tra un maturo professore e una alunna “belloccia e furbetta”: un amore passionale ed esclusivo, una dolorosa esperienza vissuta dall’autore sulla propria pelle. Ciò che più colpisce in questo racconto è il tono di amara ironia che aleggia sull’intera vicenda, ma non c’è nelle parole del professore tradito odio o desiderio di vendetta; c’è piuttosto l’amarezza per non avere saputo decifrare per tempo i segni di un progressivo deterioramento ed esaurimento di un rapporto che fin dall’inizio aveva però rivelato segnali inequivocabili di instabilità, di fragilità e di debolezza.

Altri racconti sono legati alla esperienza tragica dell’ultima grande guerra, coi suoi morti e le sue terribili sofferenze (si vedano i racconti “Il sacrificio di Gino”, “Fronte greco-albanese”, “Quota 731”) o agli usi, ai costumi e alle tradizioni della sua terra, sullo sfondo di un passato di povertà, di arretratezza e di miseria (si vedano in particolare i racconti “Una fiera”, “Vita alla fiumara”, “La timpa dei falconi”, “Quando non c’era la luce”, “Il segno di un mondo nuovo”). Una realtà amara che i nostri figli ovviamente non conoscono ma che anche molti di noi ignorano.

Ora, da questo passato di povertà e di miseria noi calabresi siamo riusciti a venir fuori con grande fatica, tra molte difficoltà e ostacoli. È pertanto importante e fondamentale guardare con rispetto a questo mondo e tramandarlo ai giovani perché essi ne prendano atto e lo superino criticamente attraverso l’elaborazione di un nuovo modo di pensare e di agire che muovendo dalla spinta propulsiva che viene dal passato dia più dignità, più forza e più benessere al nostro tanto bistrattato Mezzogiorno.

Ricordo in conclusione che in appendice ai racconti della Commedia umana si trova una breve raccolta di splendide liriche di Nicolina Rombolà di cui parlerò nel prossimo articolo.

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