Sotto il velame de li versi strani

Con “Sotto ‘l velame de ‘li versi strani – Ipotesi e studi sull’esoterismo di Dante” (Il Cristallo, Vibo Valentia, 2021), Maurizio Bonanno tenta di dare una sua lettura di un’opera difficile e complessa come la Divina Commedia. Lo studio si apre con un capitolo su “Dante padre della lingua italiana: una lingua “costruita” per rendere operativa la sua visione del mondo e parteciparla ad un pubblico più vasto. Per questo, aveva bisogno di un linguaggio nuovo e di una nuova comunicazione narrativa: non più il latino, una lingua per pochi, non più i soliti trattati o compendi in uso ai suoi tempi.

Lo studio prosegue con un altro interessante capitolo, “Dante, vero padre della Patria”. Come scrive Maurizio, riportando il pensiero di Marcello Veneziani, non è Garibaldi, Cavour e i Savoia ad aver fondato l’Italia, ma Dante. È stato infatti il Sommo poeta il primo a porre il problema dell’unità politica italiana, a richiamare l’attenzione del mondo della cultura sul tema di una lingua unitaria comune e ad auspicare che l’Italia (il giardino dell’impero) uscisse dalla sua condizione di schiavitù e tornasse ad essere “signora delle province”; non più “nave senza nocchiere in gran tempesta”; non più “bordello” (Purg. VI, 76-78).

Fondamentale, a mio giudizio, è il capitolo  sull’“Allegoria in Dante”. Come osserva Maurizio è lo stesso Dante a precisare il concetto di allegoria; e lo fa in un passo del Convivio laddove così espone la sua teoria: “Le scritture si possono intendere e debbonsi espònere massimamente per quattro sensi: litterale, allegorico, morale ed anagogico”.

Scrive Maurizio, a proposito dei quattro sensi: “Ne conosciamo solo tre, e il quarto?”. Per Dante il quarto senso (anagogico o sovra senso) è quello che riguarda la conoscenza del passaggio dell’anima santificata dal suo stato di imperfezione e di corruzione alla libertà della gloria eterna. Per Maurizio invece il quarto senso è “sicuramente il senso iniziatico, metaforico, esoterico che è l’aspetto caratteristico dei Fedeli d’Amore, senza il quale anche gli altri tre non possono essere compresi chiaramente”.

Ed è proprio a partire da questo assunto che Dante costruisce il suo percorso iniziatico: dalla selva oscura del male all’apoteosi e all’espansione dello spirito che il sommo poeta descrive con termini come “trasumanare” e “indiarsi”, che indicano il punto più alto che poteva essere raggiunto solo da “un grande iniziato o da uno che sedeva al vertice della sapienza nella grande università templare dello Spirito”.

Ma detto ciò, voglio ricordare che, accanto alla rappresentazione allegorico-simbolica che ci aiuta a comprendere la mescolanza di senso tra la realtà e la spiritualità che è tipica della mentalità medievale, esiste un’altra struttura che, a mio avviso, spiega molto bene avvenimenti, situazioni e personaggi della Divina Commedia. Si tratta della cosiddetta rappresentazione figurale sulla quale ha scritto pagine fondamentali Erich Auerbach, secondo il quale il concetto di rappresentazione figurale (col significato di allusione, di anticipazione o di prefigurazione) fu usato in un primo momento come chiave interpretativa delle storie del Vecchio Testamento viste come prefigurazioni, storicamente concrete, dei racconti evangelici; fu poi applicato a tutti gli avvenimenti storici conosciuti.

In tale ottica, i fatti diventano “figure” di successivi episodi, mentre, come ritiene Auerbach, i personaggi tendono a conservare le loro caratteristiche fisiche e psichiche terrene.; ma è solo nell’aldilà che essi diventano figure “implete”; solo nella loro fissità eterna, infatti, essi realizzano completamente la loro apparizione sulla terra che diventa così “figura”, cioè anticipazione di quell’altra realtà che trova nell’aldilà il suo pieno compimento.

Si comprende allora come in tale prospettiva il viaggio di Dante nell’aldilà, sia “figura”, cioè un’anticipazione dell’altro viaggio che la sua anima dovrà fare dopo la morte: un viaggio che, in qualche misura, richiama il rituale orfico descritto nella Laminetta di Hipponion (la via sacra) che per Dante esoterico l’anima dell’adepto (dell’iniziato) dovrà compiere per superare ogni tipo di ostacoli: un percorso che ha inizio con la discesa agli inferi e che, attraverso l’espiazione e la purificazione, si conclude col raggiungimento della luce nella sua felice dimora definitiva. Una tesi senza dubbio suggestiva ma non semplice da dimostrare, come non è facile dimostrare l’appartenenza o l’affiliazione di Dante all’Ordine terziario dei Templari o dei “Fedeli d’amore”.

Su questo punto mancano certezze, come non ci sono conferme sul misterioso viaggio di Dante a Parigi intorno al 1310: un particolare della sua vita che non è stato mai indagato a fondo ma che, come scrive Maurizio, “è di estrema importanza in quanto coincise con l’arresto di Jacques de Molay, ultimo Gran Maestro dei Templari”.

Che Dante fosse un maestro del linguaggio simbolico dei Templari e un amico degli Albigesi, lo sostiene G. Rossetti in alcune sue opere di critica letteraria, soprattutto su Dante e la Divina Commedia. Un altro studioso dell’esoterismo dantesco, Mario Bernabò Silorata, afferma che la prova della sua affiliazione all’Ordine sta “nel linguaggio figurato, nelle immagini, nelle visioni del Poema stesso e in certe parole oscure non a tutti comprensibili”.

Ovviamente, quando si intende affrontare nel modo più corretto questo genere di indagine, bisogna usare molta prudenza e cautela. Molte volte infatti la colpa di queste difficoltà è proprio di Dante il quale ha volutamente gettato un velo fatto di parole oscure e allusive per impedire un’esatta individuazione di fatti gravi e di persone (il cui ricordo era ancora vivo nella memoria pubblica) o di persone che erano ancora in vita, quando i versi della Commedia cominciavano a diffondersi e potevano creare grane a chi ne parlava male.

Altre volte l’oscurità è dovuta alla difficoltà (oggettiva) di rendere accessibili e comprensibili temi e questioni complesse (per esempio la descrizione delle sfere celesti e del loro moto concentrico e circolare; la scelta delle pene e l’invenzione dell'”orrido”: prodotto e frutto di una ricchezza fantastica e di un’alta e potente fantasia che mostrano il genio di Dante in tutta la sua versatilità).

È forse per questa sua ciclopica conoscenza di ogni branca del sapere che si è immaginato un Dante depositario di un sapere segreto del quale solo pochi (gli iniziati) potevano essere messi a conoscenza: un sapere intimo e segreto (segnatamente il Pitagorismo, come azzarda Maurizio) che non doveva essere reso pubblico ma che doveva rimanere nascosto “sotto il velame de li versi strani”.

In quest’ottica va letto il capitolo sui “Fedeli (o fratelli) d’amore” che per Maurizio erano tutti quei poeti che ripresero la tematica della lirica provenzale e cantarono l’amore come “una forza trasfigurante capace di far trascendere la condizione umana fino a raggiungere la conoscenza e l’amore di Dio”. Fedeli d’amore furono gli stilnovisti, che cantarono la donna e l’amore, ma la loro novità, oltre che nella dolcezza, nella leggerezza e nell’agilità del linguaggio, sta nella sublimazione religiosa della donna trasformata in angelo e considerata anello di congiunzione tra l’uomo e Dio.

Secondo Luigi Valli “tutte le poesie amorose del Dolce stil novo nascondono sotto il velame dei loro versi strani messaggi cifrati” dei quali il lettore moderno fatica a cogliere il vero significato. Ma non è scritto da nessuna parte che questo “poetar clus” fosse usato da poeti appartenenti alla Setta dei Fedeli d’amore per comunicare tra loro e così sfuggire ai rigidi controlli dell’Inquisizione. Più che di adesione ad una Setta, questo linguaggio oscuro, ermetico era, a mio avviso, legato al rispetto dei canoni della retorica medievale. D’altronde, come non manca di osservare lo stesso Maurizio, “nel Medio Evo tutto o quasi è allegoria, simbolismo parabola e al tempo stesso gioco stilistico, squisita variazione sui medesimi temi, ricerca ossessiva di perfezione”.

Quanto all’influenza esercitata su Dante da fonti islamiche ed orientali in genere, nessuno più lo nega. Né d’altra parte il riconoscimento di queste influenze potrebbe togliere nulla alla grandezza di Dante e all’assoluta originalità della sua opera.

Detto questo, e concludendo, è indubbio e va lodato il tentativo di Maurizio nell’affrontare un argomento complesso e nel gettare una nuova luce su temi e questioni ignorati o superficialmente affrontati dalla critica dantesca ufficiale. Un libro, per concludere, assolutamente originale: “da rileggere, anzi da studiare”, come ha scritto Aldo Onorati.

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