In ricordo dei martiri di Piazza Tian’anmen

Nella primavera del 1989 Piazza Tian’anmen ha rappresentato per la popolazione cinese un luogo di scambio di idee, di sogni ma anche di angosce e di paure. Era precisamente il 22 aprile quando, in occasione dei funerali dell’ex segretario generale del PCC Hu Yaobang, morto il 15 aprile per un arresto cardiaco, gli studenti, costituitisi in movimento, decidevano di far sentire la loro voce nella speranza di un risveglio della coscienza del popolo cinese condannato a subire, da molti anni, una situazione di grave malessere sociale, che sarà poi il motivo principale che spingerà la quasi totalità della popolazione ad unirsi al movimento studentesco.

Il movimento, nato come studentesco, nel suo evolversi acquisirà una forma di difficile identificazione poiché non furono solo gli studenti i protagonisti della protesta ma anche intellettuali, operai, contadini, politici, disoccupati, minoranze etniche e neocapitalisti. Gli studenti però, mantennero sempre una propria impostazione ideologica, senza mai prendere in considerazione le richieste del movimento operaio (la cui presenza costituiva la vera minaccia per il governo) o della classe contadina che di fatto rappresentava la maggioranza della popolazione cinese. Ognuno aveva un motivo per esprimere il proprio dissenso nei confronti di una politica che gradualmente accoglieva un’economia di tipo capitalista.

Gli studenti chiedevano più libertà, più giustizia, più democrazia; ma chiedevano soprattutto una rappresentanza politica della classe studentesca-intellettuale all’interno del governo. Il gruppo dirigente del PCC ignorò del tutto le loro richieste e fu per questo che essi decisero di proclamare uno sciopero all’Università di Pechino.

Il fraintendimento mediatico in cui incorsero i giornalisti occidentali -la cui straordinaria presenza, a Pechino, era collegata alla visita di Gorbaciof, dal 13 al 17 maggio 1989- alimenterà l’idea generalizzante di un movimento pro-democrazia. Le chiavi di lettura per la comprensione dell’universo Cina si rivelarono infatti superficiali e non riuscirono ad andare oltre i semplici slogan invocanti democrazia e analizzare i reali problemi dei manifestanti, problemi che erano invece strettamente collegati alla fase di passaggio da un’economia pianificata ad una di tipo capitalista.

Si protestava infatti contro la corruzione dei politici, contro il clientelismo, la disoccupazione, l’inflazione, la disuguaglianza di reddito e l’ingiustizia sociale; si protestava cioè contro tutte le forme di sfruttamento e di ingiustizia sociale tipiche del Capitalismo il cui avvento era ritenuto da molti necessario specie in seguito alla crisi del sistema socialista scoppiata alla fine degli anni Ottanta.

Tutto questo spiega l’intervento brutale del potere centrale resosi necessario per introdurre logiche capitalistiche di mercato in una società in cui il partito si definiva ancora comunista (è la tesi dell’intellettuale Wang Hui). L’ingenuità degli studenti e la difficoltà oggettiva di una lucida comprensione  della complessa realtà finirono per fare il gioco dei governanti, i quali, impegnati in una lotta di successione, fin dall’inizio riuscirono a manipolare il pacifico movimento studentesco che così venne brutalmente represso.

La notte del 3 giugno 1989 l’esercito iniziò a muoversi dalla periferia verso Piazza Tian’anmen. All’inizio l’esercito, pur incontrando una forte resistenza, si astenne dal reagire con la forza; ma di fronte alla dura reazione dei manifestanti, le truppe aprirono il fuoco ed entrarono in Piazza. Verso le quattro del mattino del 4 giugno i carri armati penetrarono all’interno della piazza, schiacciando ogni cosa. Alle 5.40 il massacro era finito; nella Piazza erano rimasti solo cadaveri e feriti.

Venendo alle conclusioni, non c’è dubbio che la protesta di Piazza Tian’anmen venga ricordata soprattutto per la sanguinosa repressione del movimento studentesco; ma essa in realtà segna un punto di svolta nella storia economica e politica della Cina, poiché alla tragedia seguì non solo il passaggio (definitivo) all’economia di mercato ma anche il consolidamento dei poteri del PCC e l’instaurazione di un regime dittatoriale che ha reso più grave la disuguaglianza tra le classi sociali ed ha creato un paese di “super ricchi” e di “super poveri”, corroso dalla corruzione e dalla censura nelle sue varie forme.

Sono passati ormai 32 anni dal tragico episodio e in Piazza Tian’anmen, ancora oggi, si continua a nascondere la verità su quanto è successo il 4 giugno 1989, data che ha finito per rappresentare in Cina un tabù nazionale su cui è meglio tacere. Ed è grave che ciò avvenga, perché il passato è storia e la conoscenza del passato è indispensabile per la costruzione di un futuro migliore.

Cancellare, oscurare o falsificare il passato, nascondere, come si dice, la cenere sotto il tappeto, non serve proprio a niente; è solo e semplicemente diseducativo e fuorviante. Ecco, allora, perché il ricordo del 4 giugno non deve essere cancellato, soprattutto per la memoria di tutti quei caduti, il cui futuro di sogni, di speranze e di aspirazioni è stato così brutalmente distrutto e ai quali è giusto e doveroso rendere onore.

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