L’itinerario poetico di Silvio Bellantoni

Al centro dell’universo poetico di Silvio Bellantoni e delle sue tre raccolte di liriche, “Frinisia” del 2010, “Strina” del 2011 e “Stiji” del 2013, tutte raggruppate attorno ad alcuni temi specifici, ora riunite nella silloge “Scusati bona genti. Poesie dialettali” (Calabria Letteraria, 2021), c’è soprattutto l’amore per la propria terra, la Calabria (“hiuri d’amuri”), un tempo terra d’amore e di bellezza, di gente intelligente, generosa e onesta, ora ridotta “subba nu fundu i lettu”, senza più la forza di sollevarsi o di liberarsi.

Accanto all’amore per la Calabria c’è l’amore per la città che lo vide nascere (Monteleone, oggi Vibo Valentia) e dalla quale, giovane di 18 anni, dovette allontanarsi per studiare Economia e Commercio presso l’Università Cattolica di Milano.

Vibo Valentia è la città rimasta nel suo cuore; e ogni volta che a lei volge il pensiero, uno stato di eccitazione e una voglia smaniosa (una frenesia, appunto) lo prendono e, all’improvviso, come per magia, gli appare maestosa l’antica Muntaliuni:

“Arrampicata subba a stu timpuni,
pari ca ti votasti a sintinella
mu difendi tuttu l’abitatu
d’arance e aliveti circundatu”
.
(“Frinisia”, da Frinisia)

Alla vista della sua Vibo, il cuore gli batte forte nel petto:

“stu cori tuppulija,
ch’è tant’annamuratu
che no si poti crìdari”
.
(“Vibu mia”, da “Strina”)

Profondo e immenso è anche l’amore per la sua famiglia; per il padre che il nostro Silvio ricorda stanco ma contento, dopo una battuta di caccia, con lui bambino, seduto sopra le ginocchia paterne. Alla caccia Silvio dedica le liriche “Battuta o cignali”, “L’incuntru, io e u cignali”, “U cacciaturi e a beccaccia”, “U cantu da quagghja”, tutte della raccolta “Frinisia”.

Commovente è il ricordo della madre, “arredu a chijia finestra notti e jornu”, in attesa del figlio che non aveva mai voglia di tornare a casa.

Non poche liriche sono animate da un sentimento di profonda religiosità e di fortissima spiritualità che si esprime attraverso la rappresentazione di avvenimenti e di riti particolari: il Natale (da “Stiji”), l’Affruntata (da “Frinisia”), il Bambneju (da “Frinisia”) e, sopra tutti i ricordi, la morte di Giovanni Paolo II (“Dui aprili 2005”, da “Strina”), il grande pontefice che aveva combattuto i due grandi mostri della terra (Comunismo e Nazismo), che aveva fatto cadere mura e illusioni e che, alla sua morte, aveva fatto alzare “d’ogni latu nu gridu di divozioni: Santu viatu”.

Un posto importante nelle sue liriche hanno l’amore e il sentimento della natura. L’amore è come il vento che, quando soffia, non ti lascia respirare:

“L’amuri è com’ o ventu
quandu hjuhhja hjuhhja,
non ti dassa rihjatari
e arrassa u doppu”.

(“Amuri” da “Stiji”)

L’amore è come il fuoco che può scaldare ma anche bruciare:

“Amuri è desideriu,
è bona crianza,
è afflatu.
Amuri è bbita,
è musca e poisia
c’ogni jornu dev’esseri ispirata”.
(“Amuri”, da “Frinisia”)

Il sentimento della natura è sentito da Silvio come ammirazione delle straordinarie bellezze naturali, ma anche come una specie di francescano cantico delle creature, un canto di lode e di ringraziamento a Dio creatore “pe sti culura, adduri e sapuri, c’a nui stannu di ‘ntornu fin’ all’eternu sonnu” (“Ringraziamentu”, da “Strina”).

Un altro tema, caro al nostro Silvio e presente in alcune liriche, riguarda la nostalgia, questo particolare stato d’animo melanconico e di struggente tristezza che nasce dalle miserie del presente, rispetto alle quali egli trova quasi naturale rifugiarsi in un mondo lontano e in un passato vissuto con grande rispetto e dignità, per quanto non sempre sereno e felice.

Così, per fare qualche esempio, a fronte delle stravaganti sofisticherie della “nouvelle cuisine”, egli auspica un ritorno agli antichi odori e sapori:

“i na frittata nta du’ affetti i pani
di mani sperti cucinata a modu
c’aviri non potia meggghju sapuri”
;
(“Sapuri antichi”, da “Frinisia”)

alle grandi bevute insieme agli amici, alle stornellate d’amore, alle serenate alla sua bella o alla “signurineja” che ogni giorno, prima del sorgere della luna, vedeva passare “ca gozza ‘n testa c’a na curuna” (“Signurineja”, da “Stiji”).

Sente la ostalgia del “vrasceri” che costituiva l’elemento e il momento aggregante di ogni famiglia che, nelle fredde giornate invernali, si raccoglieva attorno al braciere, il cui fuoco che dentro bruciava, “accantonava” ogni tristezza,

“forzi picchè chjia vrasci chi tantu caddiava
ti caddiava corpu, cori e menti”
.
(“Vrasceri”, da “Stiji”)

Ha nostalgia dell’antica tradizione delle “zippuli” che “ognannu si ripeti alla Viggilia di Notali” (“Zippuli”, da “Frinisia”).

Com’egli scrive, bastava poco per essere felici:

“Na fimmana o cantu,
nu sicarru toscanu, nu biccheri i vinu d’annata
e ti senti megghjiu i nu santu”
.
(“Abbasta pocu”, da “Frinisia”)

Che bella cosa, annota Silvio, svegliarsi presto la mattina e incantarsi davanti al sorgere dell’alba, bere l’acqua fresca della fiumara, e “briacarsi d’adduri ‘i nu hjuri”; vivere liberi e in semplicità

“ammenzu alla natura,
unicu rifriggeru, senza tanti burdelli
(signu di civirtà?!)
senza telefunini,
televisioni e radiu,
lametti i varva e specchi,
riloggi e scolla”
.
(“Ma sugnu nta stu mundu”, da “Stiji”)

Vivere intensamente la vita, nella consapevolezza che tutto (compreso l’amore) finisce:

“Comu sicarru fumatu si cunzuma
e candila chi vruscia si squagghjia,
st’amuri pe tia cchjù non agghjiuma”
.
(“Tuttu finisci”, da “Frinisia”)

Ma la vita, che è bella, “s’avi ancora di campari?”.

È l’interrogativo che Silvio rivolge alle stelle, così come già il Leopardi aveva rivolto alla luna. Ma, come la luna leopardiana, anche le stelle rimangono silenziose:

“Ma ‘n celu fermi e muti vi restati
e non capisciu pecchì no mi parrati;
dicitimi si nci ajiu ancora di cridiri,
non astutati a luci, pe piaciri”!

(“Stiji”, da “Stiji”)

E il silenzio delle stelle, eterno e immutabile, è in qualche modo una risposta rassicurante: la vita deve continuare!

Deve continuare nel rispetto dei grandi valori della libertà, della giustizia, della democrazia, del lavoro e dell’ambiente, i quali vengono continuamente mortificati da una classe politica miope che nulla ha fatto per migliorare le condizioni sociali ed economiche della nostra Calabria:

“Chiju chi si vidi ‘ngiru non è bellu,
nci voli ‘ncunu mu si faci avanti,
m’allasca stu fumeri e stu burdellu”.
(“Vola farfalla vola”, da “Strina”)

Sono tutti gli stessi; è tutto sporco, non c’è nulla di pulito (“non c’è nu parmu i nettu”).

C’è infine un ultimo aspetto nella poesia di Silvio Bellantoni; un filone tutto particolare che comprende alcune liriche (“Otto scustumatizzi”), appartenenti al genere, dirò così, osé: liriche rigorosamente per adulti, come annota prudente l’autore.

Un’ultima -e conclusiva- annotazione riguarda il dialetto vibonese nel quale sono scritte le sue poesie: una “lingua” estremamente ricca e varia, fatta di immagini, di colori, di suoni e di simboli vari: una “lingua” schietta, immediata che pur nella difficoltà di comprensione, mantiene sempre una sua semplicità e una sua originalità: “una musicalità e un’atmosfera che incanta, fatta, come scrive Silvano Manganaro nell’introduzione alla raccolta “Frinisia”, di sfumature e intelligenze nate da un contesto sociale e culturale che ormai non c’è più”.

Ma la forza della sua poesia rimane e sono certo che durerà nel tempo.

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