Alberto Borello intellettuale poliedrico

Alberto Borello (Vibo Valentia, 1941 – Viareggio, 2012) è stato un poliedrico intellettuale. Scrittore, pittore, fotografo, antropologo, storico, è autore di racconti e di numerose pubblicazioni sulla storia locale e sulle tradizioni popolari calabresi. Come poeta, ha pubblicato su varie riviste e giornali numerose liriche. Non esiste a tutt’oggi una edizione definitiva delle sue poesie, una parte delle quali si trova nel volume “Vibo Valentia, storia e storie” (Vibo Valentia, Adhoc, 2010).

Due, fondamentalmente, sono i tempi della sua poesia costruita con un linguaggio agile, semplice e chiaro, qualche volta un po’ troppo realistico ma quasi sempre attraversato da una sottile ironia e da un vis comica tutta interiore che danno all’insieme un tono di grande leggerezza.

Il primo tempo di questa poesia è quello del ricordo del passato glorioso, del quale rimangono labili tracce nei ruderi delle strade, delle mura, dei templi e dei palazzi che i nostri lontani progenitori (Sicani, Argivi e gente di Cartago) costruirono, dopo avere attraversato con le loro robuste imbarcazioni, il vasto mare e dopo essere sbarcati sulle nostre splendide coste, giungendo infine ad Ipponio, l’odierna Vibo Valentia. Un passato che il vento della storia non è riuscito a cancellare, essendo rimasti in qualche modo come prima le coste, il mare e “lo stesso incanto di mille anni”.

Accanto a questo passato mitico c’è un passato reale più vero che, per quanto caratterizzato da povertà, da miseria e da difficoltà e disagi di varia natura, rimane nella mente e nel cuore del nostro Alberto come un mondo fondato su alcuni grandi valori quali l’amicizia, la solidarietà, il senso del rispetto per i genitori e per gli anziani, e fatto di piccole cose, di usi, di costumi, di tradizioni: voci di un mondo che non esiste più; memorie palpitanti di un tempo felice, “Chi risi, chi jocati, chi cuntentizza i cori!” (dalla lirica “U potiri”) quando, piccolo, faceva volare “a cummeta”, scivolando con lei nelle strade del cielo e sognando un mondo di pace e di serenità.

Ma il passato cantato da Alberto è anche nostalgia di una Natura benigna, prodiga di ogni bene: di fiori, di alberi e di frutti e che, a primavera, si risveglia e indossa un vestito di mille colori e, d’inverno, riappare con la prima neve, la quale

“sui pini
trama rabeschi d’argento…
sfarfalla pei monti e pei piani,
spettegola,
turbina e ronda,
trapunta ogni gronda,
spennella e insapora ogni tegola”.

(dalla lirica “La prima neve”)

Si noti la leggerezza e l’agilità del linguaggio! Un passato che è soprattutto nostalgia di un mondo incontaminato, non toccato dall’urgenza e dalla tragicità dei problemi del degrado ambientale:

“Li hjuri di li campi e d’i timpuni
si votaru ad ardichi ed a carduni.
Lu mari chi parìa specchiu fatatu
mo’ è lutru comu a gebbia i ‘pari Natu.
[…] Poi vinni a ciminera du cimentu
mu ndi sculura tuttu a nu mumentu”.

(dalla lirica “Ndi vitti”)

Il secondo tempo della poesia borelliana è quello degli affetti e dei sentimenti; dell’amore, innanzitutto: verso la donna, ma anche verso la Natura, verso la bellezza e verso tutto ciò che è nobile, alto e delicato.

Nelle liriche “A Maria Carla” e “A Graziella”, sono “il fascino e le cose più care” delle sue donne ad “infiammare” il poeta e a fargli “sentire fuochi di gioia nel petto”. Nella lirica “I tuoi occhi” sono invece gli occhi della sua donna ad affascinarlo e a richiamare nel suo cuore “il tenero ricordo di soavi amori lontani […] le misteriose onde di malia che infiammano il desiderio […] il peccato di Eva e il candore divino di Maria”. Un inno alla bellezza femminile è la lirica “Ad un’amica”: una bellezza che sfugge alla legge del tempo tanto da suscitargli “un pensiero malefico”: che la sua amica, per restare sempre bella, abbia venduto l’anima a Belzebù.

Ma altrettanto importante nella sua poesia è il momento per così dire riflessivo. Solo per fare qualche esempio, il nostro Alberto manifesta un aristocratico disprezzo nei confronti dei “forasteri” che vivono fuori dai “cumpini” dove abitano i veri cittadini:

“tamarri che, venuti da fuori,
cu ‘a scorza ‘a tumulu e ‘a menzalora;
cu ‘a spacca avanti e arredu a’ li cazuni,
mo di menzu paisi su patruni”
;
(dalla lirica “Ndi vitti”)

che è un giudizio fortemente negativo, una condanna senza possibilità d’appello soprattutto nei confronti di una classe imprenditoriale avida e assetata di potere, fatta di artigiani, commercianti, piccoli professionisti che, venuti da fuori, hanno pensato solo ad arricchirsi, non preoccupandosi affatto di valorizzare i tesori di una città ricca di storia, di arte e di cultura.

Ma lo sdegno e il disgusto del Borello, oltre che contro l’avidità e la sete di potere dei pezzenti arricchiti, sono rivolti soprattutto contro l’ipocrisia e la malafede di certi cristiani, “figure smorte di sepolcri imbiancati”, così li definisce nella lirica “Ad Anna Maria inferma”, i quali

“vorrenu ‘mpisi
tantu sugnu ‘mpami:
No ti sarvi, gnornò
ca ti scorcianu vivu
comu nu porcu
a Candilora”.

(dalla lirica “Certi cristiani”)

Più crudeli appaiono la malafede e l’ipocrisia dell’acejuzzu che, vedendosi puntato il fucile, si rivolge piangendo al cacciatore:

“Non pozzu mai pensari e non ci criju
ca n’animaliu ammazzi picciriju
mentri accussì ciangendu lu pregava,
si mangiau u muscagghjuni chi passava”;

(dalla lirica “L’acejuzzu e u cacciaturi”)

dove è mirabilmente esemplificato l’antico e sempre valido adagio secondo il quale il pesce grande mangia il pesce piccolo.

In altre liriche l’arguzia e il riso si mescolano con le riflessioni sui vizi e sulle debolezze dell’umano agire. Si leggano per questo aspetto in particolare le liriche “L’Affruntata” e “U suriciorbu”.

Ne “L’Affruntata” (l’incontro) l’attenzione del poeta più che sulla rappresentazione dei diversi momenti del santo rito, è concentrata sull’andirivieni di San Giuovanni che

“senza rigettu, senza lamentu…
jia avanti arredu pe Muntaleuni,
facia russi li strati e li puntuni:
E siccome era di lignu, no sudava…
ca sudava cu ‘ncoju lu portava”;

ma è soprattutto incentrata sulle bizzarrie del personaggio incaricato di portare sulle spalle la statua del Cristo, il quale, “ammucciatu a li Forgiari” (una zona di Vibo Valentia) si mostra in un primo tempo restio a fare “avanzi arredu comu lu cordaru”; l’ha fatto per tanti anni per la gente del suo paese; ma per i forestieri, mai. Se non che da questo luogo (li Forgiari) egli doveva presto uscir fuori

“Ca ‘mmucciateja avìa di finiri
ca Madonna aspettava subba o Maju
pronta mu si svila, pemmu jetta u saju”.

Richiamato infatti da Giovanni, il giovane

“incazzato partiu comu ‘nu trenu.
Sant’anchi mei aiutatemi…
volau
e ‘ntra n’ammen o Rosariu tornau:
Vitti lu Pataternu…e cu sapenza:
“Cu li figghioli ‘nci voli pacenza”!

Una conclusione contrassegnata da una raffinata arguzia e da un sano e saggio buon senso.

Nella lirica “U suriciorbu” è racchiusa tutta la saggezza popolare costruita nel corso dei millenni su regole semplici e su principi elementari, sulla base dei quali, per fare qualche esempio, non ci si può aspettare che un asino faccia il corso di un cavallo, per dirla col Guicciardini, così come, per definire una persona saggia e colta, non possono essere sufficienti solo i suoi discorsi o le sue belle parole.

La cultura non è qualcosa che si apprende “masticando” qualche libro; essa è un’operazione lenta, una costruzione che richiede fatica, impegno quotidiano, incontro e confronto col giudizio e le idee degli altri.

In questa prospettiva -io credo- va letto il commento della vecchia volpe al vuoto ed inconcludente discorso del suriciorbu, il quale era stato chiamato ad esprimere il suo pensiero sulla proposta del gatto e della volpe circa la possibilità e l’opportunità di stringere un patto tra tutti gli animali:

“Cu nesci surici gattu no po’ fari
puru si nata mmenzu a li dinari!
Cu nesci orbu , tenitivillu a menti,
mancu Santa Lucia po’ fari nenti!
Cu nesci quatru no diventa tundu
puru s’esti patruni i mezzu mundu,
puru s’è presidenti i li leuni.
Avogghia mu ndi fa’… resta turduni”!

Concludo riportando solo pochi versi di quella che io considero la sua composizione più bella, “A lingua i Muntalauni” scritta per informare e divertire il lettore, nella quale vengono riportati numerosissimi termini dialettali, moltissimi dei quali oggi scomparsi, e vengono riferiti proverbi, indovinelli, simpatici modi di dire e tutto un ricchissimo patrimonio di lingua, di storia e di cultura, destinato purtroppo a sparire per sempre:

“Chi boli diri: trigulu, catusu, suriciorbu,
scurzuni, cazzatumbula e folia,
fumeri, gurna e coccalu,
curina e poi angulia?
[…] Si zagalija, cuchija e pannizzija
e si tramenti lampa a lu Citraru,
chi boli diri, dicimi:
aiu mu mi ricogghiu ‘a lu pagghiaru?
Chi boli diri, dimmìllu prima i sira:
mancanu vint’unu sordi pe’ ‘na lira?
E ancora:
Comu poi dormiri
cu chista friscanzana,
grandissima… signora;
buttati in collo a me”!

E per finire:

“Cara cummari,
si boi mu t’imbitu,
dassalu ‘a casa lu maritu;
ficu ed ova ndi mangiamu
e poi doppu a ‘scupa jocamu”!

Versi, questi ultimi, in cui riemerge l’indole giocosa ed amabilmente godereccia del nostro Alberto, il meglio del quale, per me, sta nei tanti bozzetti e ritratti e soprattutto in quella raffinata arguzia, in quell’eleganza e in quella ironia sottile, già ricordate, che attraversano i suoi versi e i suoi racconti e ne fanno un vero artista.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...