L’universo poetico di Pippo Prestia

L’universo poetico di Pippo Prestia, come appare dalle sue due raccolte di liriche “La lumaricchia” del 1978 e “Palumbeja” del 1990, ora riunite nella silloge “Com’a ntisi v’a dissi! Poesie in vernacolo” (Vibo Valentia, Monteleone, 2013), prende le mosse dal racconto delle semplici cose, delle tradizioni, dei costumi e degli eventi come li sente e li vive l’animo popolare.

Ma il suo canto si fa più dolce e più intenso quando riaffiora il ricordo del passato, percepito e vissuto come nostalgia di un tempo felice, rimasto presente e vivo nella mente e nel cuore di Pippo e che, attraverso la lumaricchia, torna prepotente ad ammaliarlo e a commuoverlo.

Ma la lumaricchia gli ricorda anche l’infanzia, quando, “accuvatu o’ lustru soi”, ascoltava la voce della nonna “chi cu ffari duci/ di draghi li faraguli cuntava”; l’età preziosa che “passau com’a cummeta chi nt’o celu/ cumpari, poi scompari nt’a nu volu” (dalla lirica “Addio giuvinezza”); le dolci serenate e le notti di passione trascorse sotto finestre, dietro le cui tende spiava e sospirava la sua bella; il Natale che riporta il poeta “all’antichi anni/ quando figghjolu sindi jia cantando,/ scordando l’ura e u jornu d’i malanni” (dalla lirica “Natali”); la fontanella dagli otto canali, “capulavuru di l’antichitati/ chi, a la sua acqua, panni di sponsali/ jenu lavandu virgini ‘ngarbati” (dalla lirica “Funtana antica”); l’acqua chiara della fiumara alla quale il poeta confidava le pene d’amore e parlava delle grazie della sua bella.

Temi dominanti della sua poesia sono l’amore e la donna. L’amore è visto anzitutto come ammirazione della bellezza e delle grazie femminili ma anche come rasserenamento e ricchezza della sua vita interiore:

“La primavera vitti stamattina
quandu chiss’occhji mei ‘ncuntraru i toi!
Na luci si spandiu, diamantina;
era la luci di li grazzi toi!
Vorria pemm’u ti viju notti e jornu!
Vorria pemm’u ti sugnu sempi ‘o cantu
mu sentu lu toi shjatu sempi ‘ntornu
e la bejizza tua sempi mu cantu.”

(Dalla lirica “Vorria”)

Ma l’amore è anche tormento, desiderio struggente, disperazione del vivere quando è bruscamente interrotto o quando non è corrisposto:

“A vita mia di quandu mi dassasti,
mi pari nu cartuni sbacantatu.
A vita mia, di quandu m’arrassasti,
non à importanza, paru sbarijatu.”

(Dalla lirica “Sgramu d’amuri”)

L’amore è tutto per il nostro poeta; è la forza che aiuta a vivere e a superare tutti gli affanni e le angosce. A tutto si può rinunciare, tranne che alla gioia dell’amore, per cui, prima di varcare, completamente appagato e in pace con se stesso il muro d’ombra, egli chiede al Signore di poter avere “tutti li preji chi po’ dari ‘a muri”.

La donna è per Pippo una creatura meravigliosa che dà pace e serenità al suo animo, ma anche dolore e sofferenza. Basta solo uno sguardo di lei per “mbriacari” il poeta e farlo “aiumari comu focu”. Solo a sentir pronunciare il nome della sua donna, il nostro si sente “mbarzamatu”, felice come un uccello che vola libero nell’aria; un suo bacio, poi, lo fa andare in estasi, lo rende “nzallunutu”.

Nella raccolta “La Palumbeja” tornano, con arte matura e con un maggiore rigore formale, i temi cari a Pippo: soprattutto l’amore e la donna, ma anche la protesta, l’urlo nei confronti di quelli che ritiene i principali responsabili dei mali che affliggono la nostra Calabria, una terra ricca d’arte, di storia e di cultura:

“D’antichità grundia lu toi situ!
La tua cultura fu nu capusardu!
Mo si ‘mpilata ‘nt’a n’amaru spitu
cu’ llupi chi ti sucanu lu lardu!”

(Dalla lirica “Amuri e odiu”)

E ce n’è anche per la sua Monteleone dal momento che essa non riserva la dovuta attenzione ai suoi uomini migliori. Basta infatti vedere le condizioni in cui si trova la tomba del grande poeta vibonese Vincenzo Ammirà, “tutta saracijata, china i petri”:

“Comu ti riduciru, Patri mio!
Tu chi mi desti la parola fina
si’ abbandunatu a comu voli Ddio!
Lu toi tusellu è peju i’ na latrina!”

(Dalla lirica “Comu ti riduciru”)

Di qui il sacrosanto sdegno, il grido di fuoco che egli lancia per il tramite della Palumbeja:

“Vanci a diri a lu Cuvernu
c’avarria d’aviri scornu
mu ffa’ suffrari la ‘ggenti
di sta terra senza nenti.
Nui no’ simu carni mala
mu ‘ndi sicca e mu ‘ndi sala
Simu gran lavuraturi,
simu omani d’anuri.”

(Dalla lirica “Palumbeja, cantilena di emigranti”)

La Palumbeja è messaggera d’amore e di speranza, è consolatrice dei poveri e degli afflitti e, in particolare, dei nostri fratelli emigranti costretti a fuggire da una terra amara, stanca di solitudine e di catene:

“Palumbeja nira e janca,
penza pè sta terra stanca!
Torna prestu cu comportu,
ca si nnò to figghju è mortu!”

Ma la Palumbeja è soprattutto simbolo della vita nuova, dell’alba di un nuovo giorno che, dopo altri “diluvi”, il poeta si augura possa rasserenare il suo animo, turbato dall’angoscia e dalle quotidiane fatiche del vivere.

E voglio concludere richiamando l’attenzione sul carattere religioso di alcune liriche: “Preghiera a la Virgini”, “Preghiera a lu Signuri”, “Preghera”, “Vaci Maria”, “Oh! Cristu”, “Amuri di mamma”; una religiosità sentita da Pippo come adesione ad un sincero sentimento popolare che è proprio della gente semplice e che si esprime come preghiera al Signore perché Egli liberi e salvi la terra da ogni male e soprattutto dia lavoro “‘nta la nostra terra”; come rappresentazione del sacro rito dell’Affruntata o come rievocazione di un evento che ha scosso il mondo, l’attentato a Giovanni Paolo II, con l’immagine della mano “scillarata e traditura dell’omu… nifandu,/ ch’avia u ‘nci ncrocca quandu la jizau”.

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