Il dialetto una lingua da salvare

Si può senz’altro affermare che il dialetto o, meglio, i dialetti siano il risultato di un lento processo di trasformazione e di semplificazione del latino; non del latino letterario (o classico) parlato dalle classi colte, ma di quello parlato dal popolo e perciò detto rusticus o vulgaris: una lingua che si era diffusa in tutta la penisola in parallelo con l’espansione e la conquista di nuovi territori da parte di Roma.

Era infatti successo che nel corso di alcuni secoli i primitivi popoli italici (Celti, Etruschi, Sanniti, Tosco-Umbri, Brezii, Osci ed altri…) che parlavano altre lingue, attraverso gli scambi commerciali, i traffici, i molteplici contatti giornalieri e, non ultima, la crescente volontà di adeguarsi a Roma, finirono per usare questa lingua. Questo nuovo strumento linguistico, senz’altro più prestigioso sul piano politico e culturale, mescolandosi con le lingue allora parlate, rimase per lungo tempo la lingua in uso.

Dopo la caduta dell’impero Romano d’Occidente (476 d.C.) e in seguito alle invasioni barbariche, vennero introdotte in Italia nuove lingue (quella dei Goti e dei Longobardi nella parte settentrionale della penisola, quella greco-bizantina e quella araba nell’Italia meridionale) che si mescolarono con quelle esistenti, in modi e proporzioni diverse secondo i luoghi.

Qui da noi in Calabria, per esempio, la presenza della lingua greca è testimoniata dalla corcolazione di numerosi termini quali bàtracos (batrace=ranocchio); càntaros (cantaro=coppa a due manici); catò (catoio=sottopiano); chelonè (Jlona=tartaruga/testuggine); cheramidion (ciaramida=tegola); ostracon (strace=pezzo di pietra/frammento di terracotta/coccio); schifos (scifu=recipiente di legno per cibo ai maiali).

Quanto alla presenza della lingua araba, ne sono traccia i termini adara (guaiera=ernia); shabaca (sciabaca/sciabacheio=rete da pesca); tumn (tuminu/tuminata=tomolo); sakam (zaccanu=recinto per bestie); zir (zirra/zirru=recipiente per l’olio).

Un’altra lingua largamente presente nei vernacoli calabresi e assai probabilmente introdotta dai Normanni e dagli Angioini (secoli XI e XII) è il francese: acheter (accattari=comprare/acquistare); auguille (gugghia=ago); allecher (alliccari/aiccari=leccare); boite (buatta=scatoletta); chatouiller (gattugghiari=solleticare); maison (ammasunari=rincasare); moushoir (maccaturi/muccaturi=fazzoletto); moustache (mustazzu=baffo); raisin (racina=uva); reculer (arrocculari=rotolare); sans facon (sanfasò=alla buona/semplicemente); souris (surici=sorcio/topo) ed altre…

Ma ad infliggere un colpo mortale al latino classico è la religione cristiana la quale, per divulgare il messaggio di Cristo, si serve della lingua latina che trasforma per renderla più vicina al popolo, semplificandola e modificandone le strutture grammaticali e sintattiche.

Dai documenti che si posseggono si può dire che intorno ai secoli VII-IX dopo Cristo, ciò che si parla non è più il latino ma una lingua che si è a tal punto modificata da dare origine ad altre varietà: si tratta dei cosiddetti dialetti (o volgari) diversi da regione a regione d’Italia. La presenza infatti di una notevole varietà di dialetti è tipica della situazione linguistica italiana, come aveva già notato Dante nel De vulgari eloquentia, un trattato scritto in latino tra il 1303 e il 1305, in cui egli registra nella sola Italia la presenza di almeno 14 volgari, tutti differenziati al loro interno e talora, come ad esempio a Bologna, varianti da zona a zona della città.

Quanto all’italiano, fissato sulla base del toscano, anzi del fiorentino scritto trecentesco, esso è una lingua che a partire dal secolo XV si legge, si scrive e si studia a scuola, ma è parlata da un numero limitato di persone, almeno fino alla prima metà del ‘900. La conversazione avviene normalmente in dialetto; solo le classi colte e altamente scolarizzate usano l’italiano accanto al dialetto (l’italiano a scuola e nelle situazioni formali, il dialetto in famiglia e con gli amici).

A partire dagli anni ’50, la diffusione a largo raggio dei mass media (in primo piano la televisione) e, soprattutto, la scolarizzazione di massa, accelerano il processo di italianizzazione linguistica. Aumenta infatti il numero degli italiani che parlano l’italiano, mentre il dialetto è in netto calo, soprattutto nelle regioni meridionali.

Paradossalmente, nel momento in cui l’italiano diventa lingua parlata dalla maggioranza della popolazione, si assiste ad un movimento di ripresa del dialetto, ad una sua riscoperta attraverso la nascita di Circoli e di Associazioni culturali, l’istituzione di cattedre universitarie e la pubblicazione di riviste, di periodici e, soprattutto, di raccolte di poesie, di fiabe e di leggende, dove il dialetto viene visto come lo strumento più naturale e più alto per esprimere emozioni e sentimenti, per entrare nel mondo delle tradizioni popolari, per tornare a conoscere e ad apprezzare i messaggi sapienziali dei proverbi, il gusto raffinato, l’ingenua e genuina espressività delle filastrocche e delle canzoni (d’amore, di risentimento e di sdegno).

In tale prospettiva, la perdita del proprio dialetto equivarrebbe alla perdita della memoria di se stessi; significherebbe privarsi della possibilità di ricostruire un pezzo importante della propria storia; vorrebbe dire, in sostanza, rinunciare ad una riserva inesauribile di parole e di forme colorite e suggestive, spesso insostituibili per rappresentare la realtà quotidiana e il mondo del popolo.

Ma il mantenimento in vita del dialetto non deve realizzarsi attraverso il “sacrificio” della lingua nazionale con la quale vengono fatte conoscere non soltanto le leggi dello Stato ma anche la Storia, la Letteratura, la Scienza, l’Economia e la Politica. La mia opinione è che il dialetto potrà continuare ad avere un suo spazio sul piano del rapporto interpersonale (affettuoso, polemico, ironico, invettivo, sfottente…) e, soprattutto, su quello della produzione poetica in virtù della sua straordinaria forza espressiva e della sua carica immaginifica unica.

Per fare solo qualche esempio, come rendere in italiano parole come “stortigghiatu”, “papariarsi”, “nzallenutu”, “cacalicani”, “linduniari”, “spanticatu”, “cozzutumbula”, “sparapagghiara” e tantissime altre; per non dire delle colorate imprecazioni: “mannaja la malogna!”, “botta ‘i sangu mu ti pigghia!”, “botta di lupareju”, “mali mu hjacca!”, “mancu li cani” e potrei continuare…

Sono espressioni intraducibili che perdono tutta la loro carica (evocativa, emotiva e immaginifica) se vengono italianizzate. Provate infatti a “tradurre” in lingua una lirica in vernacolo; non troverete più la freschezza e la carica espressiva dell’originale; noterete che tutto si appiattisce e muore.

Il dialetto, appunto, vive di questa sua originale e variegata ricchezza, fatta di immagini, di allusioni, di sfumature, di doppi sensi, di suoni e di simboli vari: di qui l’estremo interesse nei confronti della poesia popolare e quel fascino tutto particolare che viene dalla poesia dialettale. Salvare il dialetto diventa pertanto un dovere e un obbligo morale nei riguardi del nostro passato.

Ma come salvarlo? C’è chi sostiene che il dialetto debba essere inserito nelle scuole come attività extra curriculare da affidare agli stessi insegnanti o ad esperti esterni. C’è poi chi ritiene che esso vada inserito nelle attività curriculari in modo interdisciplinare, con la collaborazione di tutti i docenti.

Su una cosa però tutti concordano: sulla necessità di conservare uno strumento indispensabile per veicolare un immenso patrimonio culturale, per rintracciare le nostre radici e per conoscere più da vicino gli antichi valori (l’amicizia, la solidarietà, l’ospitalità, il rispetto, l’onestà); ma soprattutto per gettare una luce più chiara sul nostro passato, la cui conoscenza è imprescindibile, anzi è l’unico modo per costruire un futuro migliore.

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