Il “Risveglio” di Virgilio Ariotta


Virgilio Ariotta è nato a Mileto nel 1935 ed è morto a Vibo Valentia nel 2008. È stato per molti anni insegnante di Educazione Fisica negli Istituti superiori ed è autore di una raccolta di liriche, dal titolo “Risveglio” (Vibo Valentia, Mapograf, 1990), al centro delle quali aleggia il respiro della Natura e della vita, la passione per l’uomo, il rispetto per il lavoro degli umili, per le sofferenze dei poveri e dei deboli.

Ma in esse è dato anche riscoprire la tenerezza per la perduta innocenza e per la fanciullezza spensierata (“nuotavamo sott’acqua rincorrendo fanciulle. Dormiva sulla sabbia la barca da noleggio”), la genuinità e la semplicità di atti, di gesti, di comportamenti oggi assai rari e quasi fuori del tempo:

“Vorrei
che ogni giorno
nascesse un bambino
nel mio cuore;
vorrei guardare
coi suoi occhi
cristallini”.

(Dalla lirica “Vorrei”)

Nella sua poesia è possibile ritrovare la forza di questa umanità genuina, schietta, semplice, che crede ancora nei valori dell’amore, della pace, della fratellanza, della giustizia e della libertà. Virgilio è il cantore:

“di semplici vite, mai abbrutite dall’odio,
di piccole cose
entusiaste e felici,
di sogni d’amore,
di talami caldi, di culle,
di preci da anni di storia
mature”.

(Dalla lirica “Il carro a motore”)

È il cantore dell’amore visto come appagamento della sua sofferenza, ma anche come gioia di vivere e fuoco che arde (vedi la bellissima lirica in vernacolo calabrese “Ammucciatejia”).

Ma accanto ai temi dell’infanzia e dell’amore, si ritrovano anche la protesta, l’urlo, l’indignazione contro l’ingiustizia, contro l’irrazionale che “sotto ogni bandiera, dietro ogni croce, fu legge; è legge” (dalla lirica “Negritudine”); contro “i torrioni” e contro tutti i simboli architettonici o pittorici della paura, dell’oppressione e dei “poteri occulti e palesi”.

Il nostro poeta non vuole rassegnarsi a vivere “chiuso tra le alte torri, cellule del tessuto profondo dell’anima <sua>” (dalla lirica “Solitudine”). Vorrebbe uscire dalla prigione in cui sono costretti a “vivere” i suoi sogni, aggrapparsi a qualcosa per sopravvivere al naufragio:

“Se l’ombra
del dolce messaggero
velasse le mura
dal dolore scolpite,
se il ramoscello scavasse
oltre il tormento,
a lui mi aggrapperei,
dall’alto mi tufferei,
goccia tra gocce,
nelle sferiche acque della vita”.

(Dalla lirica “Solitudine”)

Virgilio sogna carezze, assapora estasiato profumi di malcelati desideri; si tratta però di evasioni, più che tentate, immaginate perché c’è subito la ricaduta nei territori abitati dalle dure angustie del vissuto:

“Soffri
airone smarrito
e attendi di volare
alle calde terre
dell’amore.
Muto e solo
ti rubo da lontano
un sorriso”
.
(Dalla lirica “Airone smarrito”)

Egli guarda soprattutto al destino degli oppressi e degli “ignudi” ai quali bisogna aprire il cuore degli uomini nella prospettiva di un loro futuro riscatto che oggi anima e guida i nostri giovani i quali cercano e trovano quelle certezze che noi adulti “perdiamo ogni giorno guardandoci attorno”. Il nostro poeta ha perduto le antiche certezze, è deluso e sfiduciato:

“Di pensieri d’amore
mi corazzavo
per combattere
le battaglie
della vita:
amore… amore…
Vinci ogni cosa;
vinci l’inganno
e la disonestà,
vinci l’odio,
la caducità”.

(Dalla lirica “Calpesto la terra”)

Così pensava. Ma la delusione è stata grande. Sono rimasti i dubbi, le delusioni, le ansie insieme con le cocenti e quotidiane sconfitte:

“Io vi porgo
le mie nudità:
pensiero, amore,
dubbi, dolore,
libertà”.

(Dalla lirica “Le mie nudità”)

E tuttavia egli continua a scrivere e a sperare che un mondo nuovo possa nascere dalle rovine della storia. Caratteristica evidente dei suoi versi è il senso della poeticità delle cose, anzi di certe particolari cose (l’airone, il carro a motore, la clessidra, la zampogna, le nuvole cupe, la sedia e la ruota ed altre) cui l’autore sembra attribuire una specie di forma evocativa quasi non fossero delle realtà esterne ma veicoli, segni e simboli in cui si rispecchia la sua anima.

Il paesaggio e il sentimento della natura hanno un posto significativo nelle sue liriche. Il paesaggio fa sempre da sfondo ai sentimenti del poeta il quale dà spazio e vita a cose, ad oggetti e a figure: al cielo che all’improvviso si oscura e piange senza la luce e gli occhi della sua amata Teresa; ai monti che allungano le braccia tentando amplessi; all’albatros, signore dell’aria, cullato nel cielo da sogni di perpetuo volare.

Dolce è la sera, idilliaco è lo spettacolo offerto dal volo dei falchetti che, roteando nell’aria tersa, disegnano quadretti d’altri tempi; stupenda è l’immagine delle lucciole del cielo che migrano nei deserti della notte.

Questi dati solo in apparenza possono risultare esterni e descrittivi; nella sostanza, infatti, essi esprimono lo stato d’animo del poeta, le sue emozioni e le sue sensazioni e traducono e fanno da commento al ritmo del suo cuore. Splendida, benefica e consolatrice è la Natura; mai leopardianamente matrigna, anche quando “il sole s’immerge dentro una nuvola, oscurando la cieca terra” o quando “la notte avvolge e stritola orizzonti”.

Ultimo dato del suo mondo poetico riguarda la ricchezza e la varietà del linguaggio, sempre fresco e agile. Per averne un’idea, si leggano le liriche “Gli dei sono finiti”, “Sentimento”, Airone smarrito”, “Il presente”, “L’altro alfabeto”, nelle quali è possibile cogliere elementi di grande umanità e una spiritualità squisitamente laica che non appartengono solo al nostro Virgilio ma che, magia della poesia, diventano patrimonio di ciascuno di noi.

Virgilio è anche autore di altre raccolte di liriche (alcune delle quali inedite e senza titolo) le quali rivelano un arricchimento del linguaggio che, pur conservando la freschezza e l’agilità delle sue prime esperienze poetiche, si fa qui più conciso, più stringato, più corposo anche per il coinvolgimento del poeta nei grandi e gravi problemi dell’uomo e della società.

C’è infatti in queste ultime liriche il tema della droga, quello dell’infanzia tradita e soprattutto la delusione storica di un’intera generazione (la nostra). Sono prove che testimoniano una maturità artistica raggiunta soprattutto attraverso un progressivo affinamento degli strumenti linguistici che conferiscono una nuova linfa e un’insolita carica emotiva ai suoi versi.

In queste ultime raccolte l’Ariotta, pur attingendo a fatti e ad eventi reali, non rimane prigioniero della cronaca, anzi egli riesce ad innalzare a poesia gli “strazi” del vivere quotidiano, trasfigurandoli e trasferendoli in struggenti metafore e folgoranti analogie.

Particolarmente toccante è la lirica “La sedia e la ruota” dedicata all’amico disabile Gianfranco Manno, dove la forza energetica delle parole crea una magica atmosfera:

“Immobile
cerchi percorsi
nel naufragio del tempo.
Ruota e m’insegue la ruota
tracciando danze d’insieme.
Chiedi parole smarrite
in vorticosi meandri.
Dai buchi neri dell’anima
una sola affiora alle labbra,
sommessa, passa dal cuore…
Si gonfia… si sgonfia…
…si gonfia…
la ruota… la ruota…
…la ruota”.

La morte di Gianfranco ha fatto aggiungere a Virgilio questi commoventi versi:

“L’acero nasconde l’oltraggio
sull’occhio spento,
su mani rattrappite.
È finita la danza
su pentagrammi sfilacciati:
al capolinea la sedia,
gonfiate le ruote,
attende altre illusioni”.

E, sempre sul tema della morte, vorrei concludere ricordando la lirica scritta da Virgilio poco prima di morire e che, a mio giudizio, è tra le sue prove poetiche più alte. In questa lirica Virgilio dà voce alla morte la quale, stanca di tanto male, distrutta la falce, si rivolge con animo contrito a Dio:

“Immersa nel buio,
ti supplico,
padre, giudice, infinita carità
accogli il mio desiderio;
sul mio volto imprimi il sorriso:
che io apra a chi bussa
alla porta del Tempio della Verità,
e lo accompagni con benevolenza
sulla strada della tua Luce:
le mie ali si illumineranno
e sarò completamente tua”.

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