Una breve nota sulla “debolezza” di Antonio Jerocades

Antonio Jerocades (1738-1803) è, tra gli intellettuali calabresi del ‘700, una delle voci più alte, per ingegno, fervore e vastità di interessi culturali. Vito Capialbi ricorda il suo “genio svariato, vasto e stravagante”.

È autore di numerose opere, tra le quali ricordo il “Saggio dell’umano sapere” (1768), “La lira focense” (1775), “Esopo alla moda, ovvero le favole di Fedro” (1777), “Le Odi di Pindaro” tradotte ed esposte in versi volgari (1790). Ma egli è soprattutto noto come organizzatore di logge massoniche.

Molto complessa e travagliata è stata la sua esistenza, caratterizzata da alcuni punti oscuri, a partire soprattutto dal 1794 -l’anno della famosa congiura antiborbonica, organizzata dai fratelli Andrea e Vincenzo Vitaliani e alla quale egli aveva preso parte- e fino al 1803, anno della sua morte: nove anni strazianti che ne minarono il corpo e lo spirito e lo porteranno alla tomba.

Sono gli anni della delazione e del tradimento che non gli furono mai perdonati -e non lo sono ancora- dalla massoneria ufficiale. Lo dimostra il “sonno” e l’oblio riservato al suo nome dalle molte riviste massoniche e dagli studi ufficiali promossi dal Grande Oriente d’Italia.

Arrestato insieme a numerosi oppositori, subito dopo la scoperta (21 marzo 1794) della sopraricordata congiura, Antonio Jerocades fu rinchiuso nei sotterranei del tetro Castel dell’Ovo (Napoli) da cui fu liberato nel 1797, in cambio della indicazione alla Giunta di Stato dei “fratelli” appartenenti a varie logge massoniche.

Tra i numerosi fratelli indicati dallo Jerocades, oltre al nipote Andrea Mazzitelli e al cugino Onofrio Colaci, figura il nome del cosentino Francesco Saverio Salfi, affiliato ad una delle logge aperte a Napoli dallo stesso abate, e per questo perseguitato, ricercato dalla polizia e costretto a fuggire in Francia.

Dal 1797 alla fine del 1798, lo Jerocaes soggiornò a Mugnano del Cardinale, dove era stato mandato dal Tribunale Speciale (vedi gli Atti processuali relativi alle “purghe” di Stato del 1795-1798) il quale non era stato così tenero nei confronti di altri massoni condannati invece a pene severissime.

Nel frattempo gli era stata assegnata una pensione annua di cento ducati, concessa da Ferdinando IV, “dopo tante mie suppliche fatte negli anni passati”, come scrive in una lettera al fratello Vincenzo.

A Mugnano del Cardinale il nostro abate continuerà la sua attività di propagatore del credo massonico e patriottico. Lasciato Mugnano del Cardinale nel dicembre del 1798, Jerocades raggiunse Napoli, dove partecipò con gioia ed emozione all’installazione dell’albero della libertà.

Nel giugno del 1799 le orde borboniche guidate dal cardinale Fabrizio Ruffo occuparono la città di Napoli e posero fine alla neonata Repubblica. Antonio Jerocades venne arrestato e condotto in catene nelle prigioni di Castel dell’Ovo. Qui rimase fino al giugno del 1801.

In queste prigioni erano stati rinchiusi, insieme con moltissimi “giacobini”, anche il generale Matera e il giovanissimo sottufficiale Guglielmo Pepe di appena 16 anni. Quest’ultimo racconta nelle sue “Memorie” di avere incontrato, tra gli altri detenuti ridotti a larve umane, l’abate Jerocades, che “dicevami spesso, tutto mesto e afflitto: tu giovane e innocente, io vecchio e reo!”.

“Voleva egli alludere con ciò a un momento di debolezza, ov’era poco più di un anno prima caduto (1797), facendo non so qual confessione, estortagli fraudolosamente, mentre gemeva nel fondo di un’oscura e triste prigione, infermo di corpo e lottando con la fame e con ogni maniera di disagi e patimenti. Quindi io lo confortavo col dirgli: tu non fosti mai reo, o virtuoso Jerocades, ed ingiusti più che mai sono stati coloro che non seppero coprire con un velo quel momento di tua debolezza“.

Uscito dalla prigione in seguito all’indulto concesso dall’Editto Reale del 30 maggio 1801, Antonio Jerocades riparò in Francia, dalla quale, ammalato e decrepito, rientrò a Parghelia e fu ospitato dai padri Liguorini di Tropea, dove morì il 19 novembre 1803.

Io non penso che siano da definire “ingiusti coloro che non seppero coprire con un velo quel momento di debolezza” del nostro abate.

Certo, rispetto al sacrificio di Vincenzo Vitaliano, di Emanuele Di Deo, di Vincenzo Galiani che furono impiccati il 4 ottobre 1794 perché si rifiutarono di fornire notizie di altri settari rimasti liberi; rispetto all’eroismo di moltissimi fratelli massoni perseguitati o rinchiusi nelle terribili prigioni borboniche, la delazione di Antonio Jerocades appare grave e ingiustificabile e non ci sono veli che possano coprirla!

Ma il tempo è galantuomo, per cui mi chiedo e chiedo: è giusto condannare all’oblio una personalità che si è sicuramente macchiata di gravi colpe ma che ha anche dato un grande contributo alla causa massonica e alla letteratura?

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