Dante poeta universale

Con questo articolo spero di riuscire a dare un’idea della grandezza di Dante, nel settecentenario della sua morte avvenuta a Ravenna, a 56 anni, fra il 13 e il 14 settembre del 1321.

Con Dante scompariva uno dei grandi della letteratura mondiale, un poeta universale ed attualissimo per l’ampiezza e la varietà dei temi trattati, ma soprattutto per la forza del messaggio che ha lasciato in eredità a ciascuno di noi e, in particolare, alle nuove generazioni: la costruzione di un mondo nuovo, di pace, di giustizia e di libertà, senza più guerre, violenze, egoismo e corruzione.

Poeta attualissimo, ma anche anticipatore dei tempi grazie ad alcune sue geniali intuizioni. Così, il concetto della separazione fra il potere civile e quello religioso, che è il principio basilare sul quale si fondano gli Stati moderni; così, il suo ideale di una Chiesa umile e povera, lontana da ogni preoccupazione mondana, si può dire che trovino in Dante un precursore di assoluta modernità.

Certo, il suo sogno di una Europa sovrana non si è ancora pienamente realizzato, anche se l’Europa di oggi non è quella spezzata e divisa in nazioni in guerra tra di loro, come ai suoi tempi. E tuttavia penso che egli immaginasse ed auspicasse un’Europa di popoli liberi: un’Europa-impero governata da un sovrano illuminato in grado di porre fine alle lotte fratricide, a partire da quelle che insanguinavano la sua Firenze.

Voglio ricordare che fu Dante il primo a porre il problema dell’unità politica italiana e a richiamare l’attenzione del mondo della cultura sul tema di una lingua unitaria e comune, auspicando, al tempo stesso, che l’Italia (il giardino dell’impero) uscisse dalla sua condizione di schiavitù e tornasse ad essere “signora delle province”; non più “nave senza nocchiere in gran tempesta”; non più “bordello” (Purg., VI, 76-78).

È Dante il poeta più amato dagli italiani e il più popolare: una popolarità legata certamente alla forza della sua poesia, ma anche alla sua onestà intellettuale, alla sua intransigenza morale e alla sua limpida condotta di vita.

Ma egli è soprattutto il grande intellettuale cui va riconosciuto il merito di avere elaborato una visione del mondo complessiva di tutti i suoi aspetti (politici, sociali e culturali) e di averla resa operativa e accessibile ad un pubblico più vasto, attraverso un linguaggio nuovo e una nuova comunicazione narrativa; non più il latino, una lingua per pochi, e non più i soliti trattati o compendi in uso ai suoi tempi.

L’adozione del volgare illustre e la composizione della Commedia assolvono a questo duplice obiettivo. Sorvolo sul volgare illustre e vengo subito alla sua opera maggiore, preliminarmente osservando che, per potere ben navigare nel vasto mare della Divina Commedia, è necessaria una robusta nave, un’adeguata attrezzatura, un esperto comandante, bussola e carte nautiche aggiornate.

Ci vuole, fuor di metafora, il testo della Commedia con un buon commento (Sapegno, Bosco-Reggio); ma ci vuole soprattutto una buona conoscenza del mondo classico, della Storia, della Scienza, della Filosofia, della Teologia e della Retorica dell’età di Dante il quale, voglio ricordarlo, è un uomo del Medioevo.

Così, per le questioni relative alla scienza e all’astronomia, è d’obbligo rifarsi alla concezione aristotelico-tolemaica, secondo la quale è il Sole a girare intorno alla Terra che rimane immobile al centro dell’Universo; così, per il concetto di realtà occorre richiamarsi alla concezione medievale, che considera la realtà esterna solo una semplice apparenza o, meglio, un aspetto di un’altra realtà, per comprendere pienamente la quale, è necessario saperne leggere tutti i segni, in modo da scoprire e cogliere il nesso, il collegamento che esiste tra la realtà, così come essa appare, e il mondo dello spirito che in essa si riflette.

Anche il linguaggio usato da Dante è in linea con questa concezione. È lui stesso a precisarlo in un passo del Convivio, laddove espone così la sua teoria: “Le scritture si possono intendere e debbonsi esponere massimamente per quattro sensi… litterale, allegorico, morale e anagogico”.

Ma questo non vuol dire che bisogna sempre vedere quattro significati (“sensi”) in ogni parola o frase della Commedia; ciò sarebbe una pedanteria e darebbe luogo ad una grande confusione. Si tratta semplicemente di trovare un senso letterale e uno spirituale nell’opera vista nel suo complesso e nelle sue figure principali.

Così Dante è individuo e al tempo stesso rappresentante dell’uomo nel suo viaggio ultraterreno; Virgilio è il grande poeta latino dal quale egli prese “lo bello stile”, ma è anche simbolo della ragione umana; Beatrice è la donna amata da Dante ma anche il simbolo della rivelazione divina; la selva oscura è il simbolo della vita peccaminosa; la Lonza, la Lupa e il Leone sono sì animali con le loro caratteristiche, ma sono anche visti come simboli, rispettivamente della lussuria, della cupidigia e della superbia; il Sole è simbolo della grazia divina che, con la sua luce, guida gli uomini verso la via del bene e della verità.

Ma, accanto a questa rappresentazione allegorico-simbolica c’è un’altra struttura, in base alla quale, nella Commedia, vengono rappresentati ed interpretati gli avvenimenti e i personaggi. Si tratta della cosiddetta rappresentazione figurale, sulla quale ha scritto pagine fondamentali (e definitive) Erich Auerbach, i cui “Studi su Dante” costituiscono una pietra miliare nella storia della più rigorosa filologia dantesca, accanto ai lavori del Barbi, del Petrocchi, del Sapegno, del Pagliaro, del Battaglia, del Contini e di altri eminenti studiosi.

Come ritiene Auerbach, questo concetto (col significato di allusione, di anticipazione o di prefigurazione), fu usato in un primo momento come chiave interpretativa delle Storie del Vecchio Testamento viste come prefigurazioni, storicamente concrete, dei racconti evangelici; fu poi applicato a tutti gli avvenimenti storici conosciuti.

Così, la vittoria di Giosuè a Gerico è considerata prefigurazione della vittoria di Cristo sulla croce; Cristo è il “compimento di Giosuè”; così, la celebre profezia di Isaia (7, 14): “Ecco, la Vergine concepirà e darà alla luce un figlio e lo chiameranno col nome di Emmanuele”, troverà conferma in tutta la tradizione cattolica che vede nella Vergine Maria la madre di Dio; così, lo stesso Isaia (40, 3) e il profeta Malachia (3, 1) vedono in Cristo il figlio di Dio; così, le ultime parole pronunciate dal Cristo prima di esalare l’ultimo respiro: “tutto è compiuto!”, indicano il compimento dell’opera della Redenzione, così suggellando le profezie che prevedevano le future sofferenze di Gesù Cristo. Anche il suicidio di Catone è figura del sacrificio di Cristo, attraverso il quale gli uomini ottennero la liberazione dal male.

In base alla concezione figurale, gli avvenimenti storici non possono essere conosciuti nella loro interezza; e il loro significato ultimo si può pienamente comprendere solo fuori della storia, quando si possa -come Dante immagina- contemplare la vicenda umana nella sua totalità e nei suoi fini.

In tale prospettiva, i fatti diventano figure di successivi episodi in cui pienamente e chiaramente si svelerà il senso delle cose, mentre i personaggi tendono a conservare certi tratti distintivi di carattere e di aspetto fisico; vedi, per esempio, la figura di Capaneo: “…Qual io fui vivo, tal son morto” (Inf., XIX, 51); o quella di Farinata: “…ed el s’ergea col petto e con la fronte/ com’avesse l’inferno a gran dispitto” (Inf., X, 35-36); o quella di Francesca, sballottata or qua or là dalla tempesta infernale, come lo fu in vita dalla passione amorosa.

Ma è solo nell’al di là che esse diventano figure “impletae”; solo nella loro fissità eterna, infatti, esse realizzano pienamente la loro apparizione sulla terra che diventa così figura, cioè anticipazione di quell’altra realtà che trova nell’al di là il suo pieno compimento; e nel compimento stesso esse trovano castigo, espiazione e premio.

Si comprende allora come, in tale ottica, il viaggio di Dante nei tre regni dell’oltretomba sia figura, cioè un’anticipazione dell’altro viaggio che la sua anima dovrà affrontare dopo la morte. E in questo viaggio egli non cessa mai di stupirci; e sempre ci sorprende, sia per “l’alta fantasia” che lo guida nella rappresentazione dei tre regni ultramondani, sia per la sua straordinaria capacità di dar voce a tutte le nostre passioni e a tutti i nostri sentimenti, sia, soprattutto, per l’estrema ricchezza e varietà del linguaggio: ora semplice, ora elegante, ora allusivo, ricercato, armonioso; a volte aspro, duro, rude, beffardo; altre volte astruso ed incomprensibile, come in “Pape Satàn, Pape Satàn, Aleppe!” (Inf., VII, 1); o familiare, come in:

“Tan m’abellis vostre cortes deman,
qu’ieu no puesc ni voill a vos cobrire.
Ieu sui Arnaut, que plor e vau cantan”
(Purg., XXVI, 140-42);

parole in lingua provenzale, messe in bocca ad Arnaldo Daniello, il corifeo del “trobar clus”, che risponde al desiderio di Dante di conoscere il suo nome: esempio unico nella Commedia in cui il dialogo con un personaggio di lingua diversa, non viene uniformato, come normalmente avviene per convenzione, a quello dell’autore. Infatti Virgilio, Catone, Stazio non parlano in latino, nè Ulisse parla in greco.

Un plurilinguismo che comprende le parole più oscene e triviali (puttana, Inf., XVIII, 133; Purg., XXXII, 149; puttaneggiare, Inf., XIX,108; merda, Inf. XVIII, 116) accanto a quelle più tecniche attinte alla marineria (artimone, terzaruolo, Inf., XXI, 15); o alla medicina (idropesì, idropico, Inf., XXX, 52; 112; etico, Inf., XXX, 56); o al linguaggio domestico (mezzule, lulla, Inf., XXVIII, 22; stregghia (Inf., XXIX, 76); o a quello familiare-infantile (pappo, dindi, Purg., XI, 105); o inventati di sana pianta (ringavagna, Inf., XXIV, 12; n’accisma, Inf., XXXVIII, 37; dismaglia, Inf., XXIX, 83; dismala, Purg., XIII, 3; si scalappa, Purg., XXI, 77; attuia, Purg., XXXIII, 48; s’incinqua, Par., IX, 40; s’inluia, Par., IX, 73); s’intuia, Par., IX, 81; s’inmilla, Par., XXVIII, 93; s’indova, Par., XXXIII, 138 ed altre consimili).

Un linguaggio attento anche alla dimensione sonora delle parole. Faccio solo qualche esempio sulle potenzialità foniche e simboliche di parole nelle quali le consonanti liquide (d, l, m, n) suggeriscono l’idea dell’acqua:

“Io ebbi, vivo, assai di quel ch’ i’ volli,
e ora, lasso! un gocciol d’acqua bramo.
Li ruscelletti che da’ verdi colli
del Casentin discendon giuso in Arno,
facendo i lor canali freddi e molli,
sempre mi stanno innanzi e non indarno”
(Inferno, XXX, 62-67);

parole di Mastro Adamo da Brescia, falsificatore di monete, gravato dall’idropisia e divorato da una sete inestinguibile.

O si guardi al canto XIII dell’Inferno (il canto dei suicidi), in cui abbondano le parole di suono aspro (tonchi, bronchi, aspri sterpi, scerpi, schiante, stecchi con tosco, tristo cesto…) costellate di consonanti (r, s, t, z) che tendono ad evocare le idee di tronco, cespuglio e dare una rappresentazione plastica dei concetti di strazio e di lacerazione morale, attraverso i quali Dante illustrava le idee del Medioevo sulla corrispondenza tra significato e suono.

Un’opera in conclusione grandiosa, la Commedia: un’opera di altissima poesia e di respiro universale che ci offre una pluralità di valori, di giudizi, di punti di vista sull’esistenza e sui vari problemi degli uomini e nella quale confluisce tutto un patrimonio di Storia, di Teologia e di Scienza che Dante riesce a trasformare in Poesia, facendo del suo viaggio, dalla selva oscura del male fino alla visione di Dio, un vero e proprio itinerarium mentis in Deum: un viaggio, appunto, dell’intelletto verso Dio, che egli compie insieme a tutta l’umanità.

Di qui l’universalità della sua poesia destinata a vincere “di mille secoli il silenzio”, per dirla col Foscolo.

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