“Il Capitano” di Giuseppe Ungaretti

Al centro della travagliata esistenza di Giuseppe Ungaretti c’è la ricerca inquieta di una terra “promessa” e di un approdo a cui ancorare la sua condizione di “uomo di pena” e di “girovago”, sempre “pronto a tutte le partenze” e sempre in cerca di un “paese innocente” ove superare la sua angosciosa solitudine e “godere un solo minuto di vita iniziale”.

Il suo peregrinare ha inizio nel 1912 quando, da Alessandria d’Egitto, dove era nato nel 1888, si trasferisce a Parigi per seguire gli studi alla Sorbona. In questa città, come è noto, entra in contatto con i movimenti di avanguardia e con l’ambiente del simbolismo francese ed europeo (Apollinaire, Verlaine, Mallarmè, Valery ed altri) che eserciteranno una grande influenza sulla sua formazione.

Rientrato in Italia, partecipa come soldato semplice al primo conflitto mondiale e, al termine della guerra, vive per qualche tempo a Roma. Dal 1941 al 1946 soggiorna in Brasile dove insegna lingua e letteratura italiana nell’Università di San Paolo. Ritornato in Italia, viene nominato professore di letteratura italiana moderna e contemporanea nell’Università di Roma.

Memorabili le sue lezioni (su Dante, su Petrarca e, soprattutto, su Leopardi) e la bravura di lettore impareggiabile delle sue poesie, con il suo irrefrenabile gesticolare, con la sua voce altalenante e ricca di “cavernose” sonorità, col suo sguardo perso nel vuoto tra le fessure dei suoi occhi furbi e lucenti: che è poi -almeno per me- la più bella immagine di sè che il vecchio Ungaretti ci ha lasciato.

Ma su questi punti, e in particolare sul suo itinerario poetico, mi propongo di ritornare in un prossimo futuro.

Venendo ora al commento della lirica “Il Capitano”, voglio subito ricordare che fu il compianto Felice Muscaglione il primo a parlare del Capitano Nazareno Cremona e a riportare la testimonianza del poeta Ungaretti che, dell’eroe vibonese, scriveva: “era un giovane biondo, alto due metri e bellissimo. Faceva parte del mio Reggimento… Ho amato veramente a prim’anima il Capitano Cremona, e vorrei che il mio libro portasse un segno di quest’affetto schiantato” (vedi articolo In ricordo di Felice Muscaglione).

“Il Capitano” fa parte della raccolta “Il porto sepolto”, la cui prima edizione (1916), di ottanta copie, apparve in stampa ad Udine, vicino al fronte dove il poeta faceva vita di trincea, come volontario di fanteria.

La lirica è dettata, come la maggior parte delle sue poesie, dalla tragedia della guerra, con le sue macerie materiali e morali le quali, mentre da una parte scoprono l’uomo nella sua condizione di fragilità e di precarietà, dall’altra parte lo spingono ad attaccarsi di più alla vita, ad immedesimarsi negli altri e a vedere nei compagni di trincea dei “fratelli”.

“Il Capitano” si apre con l’indicazione di una caratteristica fondamentale della sua vita di nomade, sempre “pronto a tutte le partenze”, e con l’immagine della notte, custode pietosa dei segreti della vita e della morte.

Immergendosi nel passato, il poeta ricorda momenti della sua infanzia e si rivede bambino quando, di notte, svegliandosi di soprassalto, si calmava solo al sentire il latrato dei cani che lo rassicurava più del lumino alla Madonna che rimaneva costantemente acceso nella sua stanza come “mistica compagnia”.

Ripercorrendo poi le tappe della sua tormentata esistenza, il poeta si interroga sull’origine della sua musa poetica e prova quasi un senso di incredulità e di stupore nel sentirsi grande e famoso. Ma nel buio della notte, lì, dentro il fango della trincea e nel freddo della neve, abbandonato e sdraiato sulla nuda terra, egli si scopre in tutta la sua fragilità e precarietà di “fibra di elementi”, mentre prende forma un sentimento di umiltà creaturale “pazza, palese in ogni oggetto, era schiacciante l’umiltà”.

Nell’ultima parte della lirica il poeta descrive con rapidi tocchi la figura del Capitano colto nella rigida fissità della morte, sereno e amorevolmente vegliato dal poeta che con pietoso affetto gli chiude gli occhi.

La lirica si conclude con l’immagine tenera e dolce della luna che appare nel cielo quasi ad accarezzare con la sua candida luce il Capitano, per poi accompagnarne, con la sua velata presenza, la tragica fine.

Fui pronto a tutte le partenze.
Quando hai segreti, notte hai pietà.
Se bimbo mi svegliavo
di soprassalto, mi calmavo udendo
urlanti nell’assente via
cani randagi. Mi parevano
più del lumino alla Madonna
che ardeva sempre in quella stanza,
mistica compagnia.
E non ad un rincorrere
echi d’innanzi nascita,
mi sorpresi con cuore, uomo?
Ma quando, notte, il tuo viso fu nudo
e buttato sul sasso
non fui che fibra di elementi,
pazza, palese in ogni oggetto,
era schiacciante l’umiltà.
Il Capitano era sereno
(venne in cielo la luna).
Era alto e mai non si chinava
(andava su una nube).
Nessuno lo vide cadere,
nessuno l’udì rantolare,
riapparve adagiato in un solco,
teneva la mani sul petto.
Gli chiusi gli occhi
(la luna è un velo).
Parve di piume.

(“Il Capitano”, dalla raccolta “Il porto sepolto”, 1916).

3 pensieri su ““Il Capitano” di Giuseppe Ungaretti

  1. Le Poesie di Ungaretti, scritte nella trincea durante la prima guerra mondiale, sono le mie preferite. Ci raccontano l’inimmaginabile di quello che accadeva durante gli spari nelle trincee. La guerra è terribile sempre. Ma raccontata dal poeta, ci ricorda l’orrore , l’umanità e l’amore per la vita così effimera, appesa ad un filo della casualità.

    Sono felice di averti scoperto. Amo le poesie e adoro saperne di più. Grazie per le belle spiegazioni.

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