In ricordo di Felice Muscaglione

Con i suoi due volumi sui caduti della Grande Guerra (Eroi 1915-1918, Vibo Valentia, Europa 3, 2000; Eroi: Vibonesi in trincea, 1915-1918, Vibo Valentia, Mapograf, 2004), Felice Muscaglione mette a disposizione di un vasto pubblico le biografie di tantissimi eroi (molti dei quali non hanno avuto la fortuna di fare ritorno alle loro case) rimasti sconosciuti e dimenticati per lungo tempo e portati alla luce solo grazie al suo serio e appassionato lavoro di ricerca.

“I resti dei loro corpi, infatti, rimasero, come egli scrive, nei cimiteri militari improvvisati dopo le battaglie, prima di trovare una giusta collocazione, dopo anni, nel monumentale cimitero di Redipuglia; altri furono dichiarati dispersi durante il combattimento. Solo pochi trovarono una dignitosa sepoltura nei cimiteri del paese di provenienza”.

Di alcuni di questi eroi Felice riporta fedelmente brani di lettere a loro, o da loro, inviate e passi dei loro diari di guerra.

Commoventi e ricchi di umanità sono le lettere inviate dal padre al Capitano Nazareno Cremona; o quelle del poeta Giuseppe Ungaretti al professore Francesco Cremona, padre del nostro eroe.

Toccanti e di alta poesia sono i passi tratti da “Diario di trincea” di Antonio Antonucci, con la descrizione del “gran mare di nebbia che circonda tutto e nasconde allo sguardo le alte montagne che ci circondano”.

O quelli tratti dal “Diario” di Pasqualino Sarlo, di Francica, partito a 18 anni per il fronte senza fare più ritorno.

“Eravamo in molti -egli scrive- che dovevamo partire, tutti del ’99, quasi tutti studenti. La sera del 13 maggio ci trovammo sul corso di Monteleone dove ci riunimmo per un momento stabilendo di partire tutti insieme il giorno dopo per la stazione, e sempre contenti e allegri, come se si andasse ad una festa”.

O quelli del discorso rivolto ai giovani alunni caduti per l’Unità d’Italia e pubblicato nell’opuscolo “Agli studenti caduti per la Patria”, del 23 maggio 1923, dove viene ricordata l’alta scuola di educazione e di pensiero che fu il liceo ginnasio Gaetano Filangieri di Vibo Valentia, dal quale uscirono giovani come Michele Morelli, gigante e martire della rivoluzione del 1820. Onore a tutti i nostri morti e, in particolare, a quei 63 ex studenti del liceo ginnasio Gaetano Filangieri di Vibo valentia che, impavidi e gioiosi, bruciarono la loro vita per illuminare gli altri.

Impavidi e gioiosi, come il già ricordato capitano Nazareno Cremona, al quale Giuseppe Ungaretti ha dedicato una tra le sue più belle liriche, Il Capitano, pubblicata nella raccolta “Il porto sepolto” (1916).

Ricordo che fu Felice Muscaglione il primo a parlare del Capitano Nazareno Cremona e a riportare la testimonianza di Giuseppe Ungaretti che, dell’Eroe vibonese scriveva: “era un giovane biondo, alto due metri e bellissimo; faceva parte del mio Reggimento […] Ho amato veramente a prim’anima il Capitano Cremona, e vorrei che il mio libro portasse un segno di quest’affetto schiantato”.

A volte mi chiedo se il sacrificio di tutti questi giovani sia stato veramente utile e se, ritornando in vita, essi sarebbero pronti e disponibili a risacrificare la loro vita per la salvezza del loro Paese.

Pur nella consapevolezza che la guerra (ogni guerra) sia una “inutile strage”, un gioco tragico di distruzione e di morte, frutto solo della barbarie e della ferocia dell’uomo, penso tuttavia che il sacrificio di questi giovani eroi sia stato fondamentale per realizzare il completamento dell’Unità d’Italia e sono, altresì, certo che essi, a partire dal Capitano Nazareno Cremona, da Antonio Antonucci, da Pasqualino Sarlo, fino ai nuovi eroi, Libero Grassi, Paolo Borsellino, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giovanni Falcone e ad altri, sarebbero pronti a risacrificare la loro vita in altre “guerre” contro le forze oscure, e meno oscure, del male.

Il mio augurio è che il sacrificio di tutti i nostri eroi e di tutti i combattenti per la libertà, rimanga sempre presente nella nostra mente e nel nostro cuore e che “le nuvole di sangue salite dalla terra”, contrariamente a quanto si legge in una famosissima lirica di Salvatore Quasimodo, “Uomo del mio tempo”, non vengano “dimenticate”, nella speranza che il seme gettato col sangue dei nostri martiri possa finalmente germogliare e segnare l’inizio di un mondo di pace, di giustizia e di democrazia.

È il mio sogno ed era anche -ne sono certo- il sogno del nostro Felice, il cui ricordo rimane incancellabile nei nostri cuori.

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