A tavola con Alberto

Viaggiare significava per me e per Alberto non solo acquisire una migliore conoscenza della realtà esterna, ma anche, e soprattutto, arricchire il nostro mondo interiore attraverso l’incontro e il confronto con gli altri.

Questo mettere a nudo le proprie debolezze e i propri limiti e questo mettersi in discussione attraverso il dialogo era, in sostanza, un modo per rafforzare la nostra personalità e ampliare il nostro ristretto orizzonte culturale.

In tale prospettiva, il viaggio diventava una salutare occasione per combattere la pigrizia, per stimolare la curiosità e per mantenere in forma il corpo e la mente. Per me e per Alberto, viaggiare significava proprio questo: essere più aperti e più disponibili verso gli altri.

Alberto era un preside modello; stimato dai professori e adorato dagli alunni. Sotto la sua direzione, l’Istituto Commerciale “G. Galilei” di Vibo Valentia era diventato una vera e grande famiglia e un luogo di produzione di cultura in cui circolava un clima di fattiva collaborazione e di grande tensione intellettuale.

Quelli trascorsi accanto ad Alberto sono stati anni meravigliosi ed indimenticabili dei quali, insieme ai numerosi incontri culturali e alle battaglie per una Scuola più libera, più aperta e più democratica, mi piace soprattutto ricordare gli incontri “culinari”, con cadenza mensile e quasi sempre con lo stesso gruppo di amici a lui molto affezionati. Lui, Alberto, a capotavola, insaziabile tritatutto, esagerato nel mangiare e nel bere, ma sempre lucido e sempre piacevole e dotto conversatore, con i suoi brindisi, i suoi canti e i suoi versi.

Ricordo un memorabile viaggio di “istruzione” a Champoluc, in Valle d’Aosta. Lo ricordo, come se fosse ieri; eppure sono passati tantissimi anni! Quell’anno, 1978, a parte il violino, la chitarra e l’armonica, ci eravamo portati dietro anche il pianoforte, di proprietà del nostro caro amico Pasqualino. Non era stato facile sistemarlo sul pullman, ma il desiderio del nostro Alberto era quello di avere accanto al suo violino un pianoforte, per cui non si potè non accontentarlo.

Ogni sera, dopo la cena, tra musica, canti e balli, alternati agli assoli di pianoforte e di violino, ci si intratteneva allegramente nel grande salone dell’albergo fino alle ore piccole. Ricordo, in particolare, le grandi bevute di “genepy” (una specie di grappa fatta con erbe delle valli aostane); lo serviva, al bar, una giunonica signora, le cui garbate movenze esercitavano una irresistibile attrazione sul nostro caro preside il quale -ho la scena davanti agli occhi- col bicchiere in mano, dopo aver fatto lentamente il giro dell’ampio salone, calorosamente ed affettuosamente salutato dagli alunni e dai professori tutti impegnati nelle danze, si avvicinava sornione al bancone del bar, dove la dolce e sorridente signora era già pronta a servirgli l’ennesimo genepy, non senza prima ringraziarlo per le poetiche paroline rivoltele.

Ma voglio ora raccontare -era il terzo giorno dal nostro arrivo a Champoluc- la “Grande Abbuffata” che ha avuto luogo presso il ristorante “Il mago”, a Caluso, ospiti del procuratore delle Imposte di quella città, un carissimo amico di Alberto.

Lasciati gli alunni nell’albergo sotto la “sorveglianza” di alcuni professori accompagnatori, noi (Alberto e il solito gruppo di amici…), quatti quatti, intorno alle 19:00, partimmo per Caluso con il pulmino che la ditta Genco, all’ultimo minuto, aveva dovuto aggiungere ai due grandi pullman per dare posto a tutti gli alunni che si erano prenotati per il tanto sospirato viaggio.

Arrivati al ristorante, dopo aver salutato il simpaticissimo proprietario, ci accomodammo attorno ad un enorme tavolo appositamente preparato per noi.

Una cosa, soprattutto, mi è rimasta ferma nella memoria: il “carosello” dei camerieri che, sotto l’occhio vigile del proprietario del ristorante, si alternavano premurosi nel servire particolarmente il nostro Alberto, il cui capiente piatto non rimaneva mai vuoto.

Terminata la fase degli “assaggi”, con la consumazione integrale -comprese le briciole, intendo!- dei vari antipasti e dopo il breve discorso di saluto e di ringraziamento da parte del nostro Alberto, si era passati alla seconda fase della cena con una serie di primi piatti abbondantemente e continuamente innaffiati con un ottimo vino locale.

La terza fase della “pantagruelica” cena si era aperta con la “Specialità” del ristorante: due enormi padelle, “à la flamme”, con carni di ogni tipo e con la presenza di tutto il personale del ristorante (in livrea cuochi e camerieri, con abiti della tradizione locale le donne). Tutti in piedi ad assistere all’insolito spettacolo, con al centro dell’attenzione Alberto il quale, nel frattempo, col suo immancabile violino, si era avvicinato al proprietario del ristorante, calorosamente ringraziandolo e “regalandogli” un breve pezzo del suo repertorio musicale.

Lascio immaginare il seguito della cena, contrassegnata dal racconto di succose e piccanti barzellette; dalla recita di versi attinti alla poesia mondiale, classica e moderna e dalla improvvisazione, al momento dei brindisi, di brevi e piacevoli componimenti poetici. A completamento della cena, frutta di ogni genere, con l’immancabile torta e col gran botto di una enorme bottiglia di ottimo Champagne.

Rientrammo a Champoluc verso l’una di notte, un po’ appesantiti e barcollanti, ma felici e sempre pronti a ricominciare. Entrati poi in albergo, quatti quatti, come alla partenza, filammo dritti nelle nostre camere.

Ora, non c’è dubbio che a trascorrere tutte le sere in canti, balli e bevute, un po’ ci si stancasse; ma i programmi dovevano essere rispettati, per cui ogni mattina, puntualmente, alle 8:30, dopo un’abbondante prima colazione, si partiva per le visite programmate, Alberto in testa.

Era il primo a salire sul Pullman, a ricordare il programma del giorno e a darne un breve e puntuale commento. Era lui a fare da guida ed era un piacere ascoltarlo; parlava, con competenza, di tutto: di storia, di letteratura, di arte e di scienza. Il gruppo dei professori accompagnatori e gli alunni lo seguivano con grande ammirazione, colpiti dalla sua vasta cultura, dalla semplicità dei suoi modi e dalla sua disponibilità all’ascolto e al dialogo.

Era veramente un grand’uomo! La sua morte ha lasciato noi tutti un po’ disorientati; ma egli è rimasto ugualmente nei nostri cuori perché grande è stata la lezione di vita che ha lasciato in eredità a noi, suoi compagni di viaggio, che gli abbiamo voluto un bene dell’anima.

2 pensieri su “A tavola con Alberto

  1. Ciao, che bello l’articolo che hai scrittomin memoria del preside e amico Alberto, si sente che l’hai scritto col cuore.

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