Alberto Cesareo tra sogno e realtà

Era un uomo meraviglioso, di eccezionale sensibilità ed umanità, un uomo straordinario al quale mi legava una lunga ed affettuosa amicizia per essere stato, per tanti anni, un suo collaboratore e uno dei suoi compagni negli annuali viaggi “di istruzione” in Italia e all’estero; un amico del suo “errare” e del suo “pellegrinaggio” esistenziale: seduto al convito dei suoi sogni, in fuga verso l’infinito.

E ricordo il suo dinamismo, il suo sentirsi e sapere essere giovane, allegro, estroso, ironico e brillante: un maestro, ma anche un fanciullo, sempre pronto ad emozionarsi e a commuoversi, ma anche a scherzare, a spiegare, ad illustrare e a commentare la storia, le tradizioni, le opere d’arte e i monumenti dei luoghi visitati.

Ricordo ancora del caro Alberto la grande signorilità, la bontà, l’ingenuità e la modestia dell’uomo saggio, riservato e schivo ma al tempo stesso ribelle ed insofferente ad ogni forma di autoritarismo e di intolleranza.

Con Alberto abbiamo perduto un pezzo della nostra vita; di quella vita che, com’egli scriveva, va vissuta intensamente perché “breve è la stagione del sole” e Caronte è sempre pronto ad accoglierci nella sua barca e a trasportarci di là, oltre il muro d’ombra.

Alberto era un uomo di vasta cultura; autore di saggi di letteratura e di varia umanità, era un artista ma era soprattutto un poeta. La sua poesia canta la vita, la gioia, il piacere, l’amore, il mistero, la morte e respira i colori e i calori del nostro tempo interpretandone i segni più significativi.

Davvero splendide le sue liriche: fiori di primavera, piene di luce, di ricordi, di suggestioni; scrigni d’amore che racchiudono la sua vita, con le sue gioie e i suoi dolori, e cantano il suo mondo costruito dalla magia della parola; una parola qualche volta desueta, ricercata, rara o dotta (“ombria”, “celestia”, “flottanti”, “bordone”, “fluidale”, “clangore”, “tinnulo”, “silfide” ed altre), ma sempre corpo vivo, suono, luce e soprattutto immagine e segno, attraverso il quale egli dà spirito e forma al proprio mondo interiore ed entra in contatto con la realtà esterna.

Motivi fondamentali della sua poesia sono: il ricordo, il dolore e il male di vivere, la solitudine, il mistero, la morte e l’amore; l’amore per la donna ma anche l’amore per la bellezza e per la Natura. Questi motivi sono già presenti nelle liriche della giovanile raccolta “Tra sogno e realtà” (Detroit, Tribuna d’Italia e d’America, 1959) nelle quali assume una funzione fondamentale il paesaggio, che fa da sfondo ai sentimenti del poeta, il quale dà spazio e vita a cose e ad oggetti (al Natale, al mattino, al mare, al cielo, alle algide e tremule stelle, a pallidi astri morenti, a “isole di smeraldo/ aggredite dal sole/ sensuale”); dati solo apparentemente esterni e descrittivi, ma che nella sostanza, esprimono il suo stato d’animo che rimane come sospeso tra sogno e realtà (da qui il titolo della raccolta), tra realtà e fantasia, tra dimensione geografica e spazi immaginari che si intersecano e si confondono, conferendo alle liriche un fascino tutto particolare.

La lezione di Ungaretti, “uomo di pena”, è presente in molte liriche della raccolta, nelle quali il linguaggio, pur ricondotto all’essenzialità di ermetica memoria, si carica di un insolito fascino e incanto.

Rispetto a questa prima raccolta, le liriche di “Prima che muoia il giorno” (Vibo Valentia, Mapograf, 1991) rivelano un maggiore rigore formale ed una accresciuta sensibilità verso i problemi dell’uomo e della società. Si tratta di una evoluzione, di un passaggio da un mondo più circoscritto ad una realtà più vasta e complessa: dall’uomo singolo all’umanità; dal dolore personale ad dolore universale, pur se è rimasta immutata la sua “inutile pena” che ora “trapassa” al “tedio cosmico”. Antica ed immutabile resta la sua solitudine; turbato è ancora il suo cuore, al quale le cime vibranti degli alberi ora raccontano il dolore degli uomini.

La sua poesia si fa talora interrogazione sul destino dell’uomo del duemila, costretto a vivere in una società ingiusta dove “il bene/ con empio furore/ è crocefisso”. Altra volta si fa preghiera a Dio perché venga sconfitto il male che governa il mondo e perché l’amore torni a fiorire sulla terra diventata un pianeta invivibile.

Così io vedo la poesia di Alberto Cesareo, “uomo avido di vita, ma con poca gioia”; uomo fondamentalmente triste, insoddisfatto, mai in pace con se stesso:

“Ho nel cuore una piaga d’amore, nella mente una torre di sogni, l’infinito nell’anima” (dalla lirica “Homo sum”);

“Sono un impasto incoerente di sentimenti amorfi/ che gridano alla vita/ il loro assurdo/ bordone […] Compagna di strada/ la tristezza” (dalla lirica “Autocoscienza”).

Poeta, Alberto, dell’uomo condannato a scontare, vivendo, la propria quotidiana sconfitta; poeta che si emoziona e si incanta dinanzi alle varie forme della vita e del mondo. Quasi tutte le sue liriche sono avvolte da un’atmosfera di mestizia e di malinconia che a volte assume la forma di dolorosa sconfitta o di stanchezza di vivere:

“E noi camminiamo/ nell’opaco silenzio della sera nudi di speranza,/ schiera stremata di vinti, dietro il drappo/ del dolore” (dalla lirica “I sogni sono dell’alba”);

“Sono ormai stanco/ di andare […] lungo viaggio/ ho percorso e ad ogni crocicchio/ ho lasciato un brandello/ di cuore” (dalla lirica “Strada senza ritorno”).

Ma questa atmosfera di tristezza e di malinconia non produce nel lettore un senso di disperazione e di angoscia ma piuttosto una nota di dolcezza e di tenerezza che fa amare ed apprezzare tutto ciò che di buono e di bello esiste sulla terra.

È questa certamente una visione pessimistica, dietro la quale però restano, pur sempre in agguato, il piacere, la gioia, l’amore sentiti più come furti al tempo che fugge irreparabilmente, come acconti dell’infinito tedio del vivere, come sconti di una vita, “labile soggiorno” la quale, giunta ormai al tramonto, non si colora e non si allieta di altri sogni e speranze, ma è pronta a “sciamare verso approdi insondabili” (“Dalle fauci convesse/ dello spazio immenso e del tempo eterno sciama la vita/ verso approdi insondabili”).

Anche Alberto va alla ricerca di un approdo; cerca l’assoluto, la felicità oltre il tempo e lo spazio:

“Travalico/ le orme/ dei viventi e sciamo con le galassie/ nell’anomalo spazio primigenio/ di là/ dal male/ metafisico, verso/ l’approdo remoto/ delle/ origini” (dalla lirica “In itinere”).

Questo suo viaggio fantastico alla ricerca della felicità si conclude con un naufragio che costituisce
l’esito scontato e prevedibile di una navigazione “alla deriva”, senza sicuri punti di riferimento:

“Navigo/ alla deriva/ del firmamento. Al timone/ l’oblio” (dalla lirica “Navigare necesse est”);

“Attratti/ dal fluidale ritmo/ del tempo, sciamiamo/ nello spazio/ e l’angoscia ci dissolve lungo la frontiera/ dell’essere” (dalla lirica “Quando l’ora verrà”).

In questa angoscia esistenziale, in questa deriva del vivere, il poeta si sente come sbigottito, disorientato, infelice:

“L’uomo/ smarrito/ nelle plaghe del cielo non è felice,/ è chiuso da un immenso cerchio di tenebra, solo,/ senza fede” (dalla lirica “Frontiere”).

Ma la sua poesia si arricchisce di altri motivi: i luoghi, i paesi. Ecco la sua Vibo: “La quieta Vibo/ aggrappata/ alla fiera pendice, immota/ come falco/ vigilante sul mare”; o Scalea, la bella: “Ride/ tra gemme di scogli/ azzurroverdi, rastremati/ dalle onde/ versicolori, Scalea/ la bella”; o “le lunghe strade/ della Provenza in fuga/ verso il sole/ occiduo” (dalla lirica “Desiderio di Spagna”); o le “strade/ della mia Calabria/ scure/ come l’anima mia” (dalla lirica” Strade”).

Ricordo, in conclusione, che Alberto era anche un bravo musicista; suonava il violino con trasporto e passione. La musica, come la poesia, era per lui sangue del suo sangue; era amore, era un canto alla gioia, alla “stagione del sole” che è breve, come “breve è il tempo/ del nostro cammino/ fugace” che corre irreparabilmente “verso l’oscura foce dell’oblio”, quando col suo vessillo lugubre verrà la morte e sommergerà ogni cosa, anche i ricordi.

E la morte è improvvisamente intervenuta ad interrompere prematuramente l’attività creativa di di quest’uomo meraviglioso che, ormai negli anni e con la voglia di un bambino, ha continuato a raccogliere i teneri germogli della vita prima che il gelo della notte ne coprisse o ne nascondesse la luce e il calore e che, senza attendere approdi di sogno o di beatitudine, ha continuato la sua navigazione nell’aspro mare della vita. Non credo che abbia lasciato terre e tesori, ma due cose ha sicuramente lasciato a noi tutti: una grande lezione di vita e una dolcissima e tenerissima poesia.

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