Di alcuni luoghi oscuri della Divina Commedia

Non è facile fare l’elenco e rendere conto analiticamente di tutte le interpretazioni che sono state proposte dagli studiosi di Dante per spiegare e fare luce su alcuni passi poco chiari della Divina Commedia.

Uno dei più oscuri e più noti riguarda il “disdegno” di Guido Cavalcanti (nei confronti di Virgilio o di Beatrice).

Alla domanda di Cavalcante dei Cavalcanti a Dante perché suo figlio Guido, suo amico e compagno di studi, non sia in sua compagnia, Dante risponde:

“[…] Da me stesso non vegno:
colui ch’attende là, per quì mi mena
forse cui Guido vostro ebbe a disdegno”
(Inferno, canto X, 61-63)

Su questo “disdegno” sono state prospettate sostanzialmente tre soluzioni:

la prima: non vengo per mia volontà [in virtù del mio ingegno]; colui (Virgilio) che è lì fermo mi conduce, attraverso questo luogo, a persona (a Beatrice), alla quale il vostro Guido si rifiutò di accompagnarmi (questa soluzione, proposta dal Pagliaro, è stata ripresa dal Sapegno e da molti altri commentatori).

La seconda: mi conduce per questi luoghi colui che è fermo lì (Virgilio, simbolo della ragione) e che il vostro Guido (eretico e miscredente) forse ebbe in disdegnò, o sdegnò di seguire (per il disdegno di Guido Cavalcanti nei riguardi di Virgilio vedi Del Lungo, Bianchi, Chimenz, Pagliaro e altri).

La terza: colui che è fermo lì (Virgilio) mi conduce attraverso questi luoghi a persona (a Beatrice) che (cui) il vostro Guido ebbe a disdegno (disdegno, disprezzo nei confronti di Beatrice non in quanto donna ma in quanto simbolo della teologia cristiana).

Ma c’è una quarta soluzione che io propongo: colui che attende là (Virgilio) mi conduce “per qui” (per questi luoghi), rispetto ai quali il vostro Guido -ritengo con convinzione- non volle (si rifiutò di) accompagnarmi, manifestando una certa avversione e un certo disprezzo.

Il Cavalcanti, infatti, non crede nell’immortalità dell’anima, per cui correttamente ritiene che un viaggio dell’anima dopo la morte non sia possibile.

Altro punto “oscuro”, molto discusso, riguarda la spiegazione di un termine “borni”, “iborni” o “bozzi” relativamente al verso 16 del canto XXVI dell’Inferno:

“Noi ci partimmo, e su per le scalee
che n’avean fatto i borni a scender pria,
rimontò ‘l duca mio, e trasse mee”
(Inferno, XXVI, 15-17)

Secondo la lezione accettata dal Petrocchi e dal Pagliaro, il passo va inteso così: noi ci allontanammo e il mio Duca risalì per le scale che prima, per discendere (Inferno, XXIV, 74 e sgg.), ci avevano fatto impallidire (iborni, da eburnei, pallidi) e mi trasse a sé.

Altri, al posto di “borni” leggono “bozzi” e spiegano: noi ci allontanammo e il mio Duca risalì per le scale che prima, nel discendere, ci avevano procurato dei bozzi (bozzi dal francese bornes, nel senso di gonfiori, bitorzoli).

Per il Giacalone -ed io sono d’accordo con lui- non è possibile, secondo le leggi del vocalismo atono, che da “eburneus” derivi “ibornio”. Si dovrebbe pertanto spiegare il passo nel modo seguente: noi ci allontanammo e il mio Duca risalì per quelle stesse sporgenze di roccia (borni) che prima, per discendere, avevano fatto da scala.

“Non c’è bisogno, come chiosa il Giacalone, di ricorrere ad una forma artificiosa (iborni) per spiegare il passo dantesco, che in fondo vuol mettere in risalto la fatica e la difficoltà del discendere e salire per quelle scale, in cui il piede senza le mani non si disimpegnava”.

C’è infine un passo molto controverso col quale vorrei concludere questo mio breve articolo. Esso riguarda l’interpretazione dei versi 58-60 del canto XI del Paradiso e più in generale il tema delle mistiche nozze di Francesco con la povertà: un tema ampiamente trattato nella letteratura francescana del XIII secolo:

“[…] Per tal donna, giovinetto, in guerra
del padre corse, a cui, come a la morte,
la porta del piacer nessun disserra”.
(Par. XI, 58-6O)

Quasi tutti i commentatori spiegano così il passo: ancora giovane, Francesco affrontò l’ira paterna per l’amore di una donna (la povertà), alla quale nessuno fa lieta accoglienza, apre con piacere la porta di casa, “la porta del piacer”, e anzi tutti la detestano e la sfuggono come la morte.

Ma questa interpretazione non è in sintonia col contesto mistico-nuziale e non spiega a sufficienza “la porta del piacer”; per cui sembra più logico intendere l’apertura della porta del piacere nel senso più proprio, come fatto sessuale, spiegando (vedi E. Auerbach, Studi su Dante, Milano Feltrinelli, 1984) “porta” come la porta del corpo femminile (la vulva): una spiegazione che convince, anche perché si inquadra nel contesto sopra accennato dal quale sono partito per l’interpretazione dell’espressione in questione.

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