A pesca con Mastro Ciccio

Il mare e la pesca sono stati sempre la mia passione; soprattutto il mare, per come io lo ricordo: immenso e “profondo” come nella canzone di Lucio Dalla, simbolo dello spazio, della vita e della libertà, con i suoi momenti di calma e di serenità ma anche di rabbia e di cieco furore per via della furia dei venti o dello scatenarsi delle tempeste che lo mettevano a dura prova.

Ma poi, all’improvviso, tutto tornava tranquillo, tutto si acquietava e si rasserenava, quasi ad indicare che la vita, dopo tutto, continuava, che la speranza era l’ultima a morire, che in fondo la vita era solo un breve viaggio, che bisognava sempre essere pronti ad affrontare con coraggio, senza mai arrendersi o disperare.

Ho ereditato la passione del mare e della pesca da zio Nnuzzo, il più bravo e il più apprezzato dei pescatori pargheliesi. Neppure “Peppe ‘u Pataterno” o “Cenzu ‘u surici” (pescatori molto noti a Parghelia) potevano competere con mio zio nel maneggiare le attrezzature e nel predisporre reti, lenze e trappole per la cattura dei pesci.

Giovinetto, andavo a pescare con zio Nnuzzo il quale possedeva una robusta barca di legno che teneva sulla spiaggetta di Parghelia vicino ad uno scoglio per proteggerla, d’inverno, dal mare in tempesta.

Mio zio mi portava spesso a pescare, soprattutto d’estate; si pescavano “vope”, “pettini”, “tracine” ma in particolare “surici”: pesci delicatissimi, colorati di rosso e dalla carne prelibata. Alle sei, all’alba, si partiva dal paese per la spiaggetta; sistemate le attrezzature sulla barca, si prendeva il largo.

Mio zio conosceva i “posti” (le zone più pescose) dove c’era abbondanza di surici. Scelta la zona di pesca, si calavano le lenze e si attendeva che i surici arrivassero numerosi a staccare l’esca dagli ami. Quasi ogni giorno, verso l’ora di pranzo, rientravamo a casa con un grosso bottino di pesci.

Egli possedeva anche una Lampara che spesso utilizzava nella pesca notturna delle alici e delle sardine. Ricordo una notte di pesca con la Lampara; dopo aver aiutato mio zio a trasportare la pesante rete a tramaglio (una rete formata da tre teli disposti a parete, dei quali quello centrale a maglie piccole, gli altri due a maglie più larghe) partimmo.

Era buio pesto; la barca, a forza di remi (io e mio zio ci alternavamo nel remare) procedeva lentamente nell’oscurità rotta soltanto dalla luce della lampara che illuminava le vicinanze della barca e che, penetrando in profondità, permetteva a mio zio di scoprire un grosso banco di alici o di sardine. Raggiunta la zona di pesca, gettammo con un ampio giro la rete e subito dopo ci fermammo a consumare un pasto frugale, non senza accompagnarlo con un buon bicchiere di vino. Prima dell’alba tirammo la rete che brillava di tante alici ancora guizzanti; fu per me una gioia indescrivibile.

Per tanti anni (gli anni del liceo) pescai con lo zio; poi, un giorno, egli ricevette, da Genova, una lettera di un parente che gli prospettava la possibilità di un imbarco su una nave passeggeri. Scelse di fare il marittimo, ma il ricordo delle antiche pescate, come ho avuto modo di rilevare dalle lettere che mensilmente mi scriveva, ha continuato a tenerlo legato a Parghelia e ai luoghi della sua infanzia. Partito mio zio, si attenuò la mia passione per la pesca che ripresi, dopo la mia laurea nel 1962, con Mastro Ciccio.

Mastro Ciccio non era un pescatore; faceva di professione il sarto, era un bravo professionista ed aveva una clientela selezionata. Come pescatore non era un granché ma si impegnava e ci metteva tutta l’anima in questa sua nuova esperienza. Da giugno a settembre, quasi ogni giorno andavamo a pescare insieme con la barca lasciatami in dono da zio Nnuzzo (ora munita di un veloce motore “Evinrude 9 cavalli”).

Ci si alzava alle prime luci dell’alba e, caricati sulla “Cinquecento” di Mastro Ciccio gli attrezzi da pesca e preparate le esche (generalmente piccoli gamberi tagliati in pezzetti), ci recavamo nella vicina spiaggia di Zambrone dove stazionava la barca.

Messa in acqua la barca, tutta la mattinata si andava continuamente a girare per trovare un “buon” posto di pesca. Calate le lenze si attendeva fiduciosi l’arrivo dei pesci. C’erano momenti di stallo in cui non abboccava alcun pesce ma poi all’improvviso la situazione mutava e quando, intorno alle tredici, si rientrava in paese, il secchio era quasi sempre strapieno di pesci.

E qui voglio raccontare un episodio di boccaccesca memoria che vede al centro della scena Mastro Ciccio nelle vesti di Calandrino (vedi la novella “Calandrino e l’elitropia” del Decameron).

Pescavamo da ore senza successo; c’erano molte altre barche intorno alla nostra in una feroce competizione; in una di queste si trovavano ‘Ntoni e Gilormo, due bravi pescatori (Bruno e Buffalmacco della novella sopracitata). Ogni tanto sentivamo dei rumori provenienti dalla loro barca; erano rumori che i due compari producevano battendo tracine immaginarie così da richiamare l’attenzione dell’ingenuo Mastro Ciccio per il quale questi suoni erano segno che si stavano pescando vere tracine (pesci che, una volta tolte dall’amo, si dovevano colpire sulla testa per stordirle e poi privarle delle loro spine velenose).

Mastro, là si prendono tracine, feci sottovoce io complice dello scherzo in atto, spostiamoci e avviciniamoci alla zona da loro occupata!”.

Prontamente ci spostammo e in vicinanza della loro barca calammo speranzosi le lenze, ma nessuna tracina vi rimase attaccata; provammo più volte e con altri tipi di esche, ma niente! Non prendemmo alcun pesce.

E così, dopo alcuni minuti di stazionamento, ci dirigemmo verso una nuova zona, mentre Ntoni e Gilormo, i due furbacchioni, ridendo dell’ingenuità di Mastro Ciccio, si erano già velocemente allontanati lasciando Mastro Ciccio a sbuffare e a imprecare alla iella che loro gli avevano portato.

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