La rivoluzione generosa e innocente di Michele Morelli

Con il volume “La rivoluzione generosa e innocente di Michele Morelli” (Vibo Valentia, Il Cristallo, 2012), Maurizio Bonanno ci offre un grande contributo per la conoscenza di un personaggio eccezionale e di un periodo storico ricco di significativi fermenti culturali (il regno di Napoli sotto Carlo III).

Il volume è suddiviso in quattro capitoli, con una premessa nella quale l’autore sottolinea il prezioso contributo che gli intellettuali meridionali (la “Periferia”, come egli li chiama) da Reggio Calabria a Cosenza, da Vibo Valentia (allora Monteleone) a Gerace, da Catanzaro a Palmi e a Crotone hanno dato nella costruzione dell’Unità d’Italia.

Il volume si apre col ricordo della celebre Piazza Mayo, oggi Piazza Edmondo Buccarelli (Vibo Valentia) e del suo valore simbolico riconducibile alla presenza della prima Grande Loggia massonica, madre di tutte le Vendite carbonare calabresi, la quale aveva sede in uno dei palazzi che su di essa si affacciavano.

E fu su questa Piazza Mayo, come egli scrive, che Michele Morelli “fu iniziato a quella cultura che lo portò ad acquisire ideali tali da spingerlo verso la rivoluzione del 1820-21”.

Pagine interessanti sono anche quelle sulla “vita a Monteleone”, a partire dal 1734, quando sale al trono di Napoli Carlo III il quale, come altri sovrani illuminati e sotto la spinta del ministro plenipotenziario Bernardo Tanucci, si fa promotore di una politica riformistica tesa a limitare i privilegi feudali ed ecclesiastici e, soprattutto, a valorizzare i beni culturali. Anche il suo successore (Ferdinando IV, suo figlio) prosegue l’opera riformatrice avviata dal Padre.

“Questo fervore culturale, come scrive Maurizio, aveva portato una ventata di rinnovato entusiasmo” tra gli intellettuali calabresi e monteleonesi, moltissimi dei quali aderirono alle idee massoniche che dalla Francia andavano diffondendosi in tutto il Regno, trovando l’appoggio e il sostegno della stessa regina Maria Carolina. Ne sono una testimonianza i viaggi di Antonio Jerocades, negli anni 1770-80, fra Parghelia, Napoli e Marsiglia, dove intratteneva stretti rapporti con intellettuali e riformatori.

Altrettanto interessanti sono le sue riflessioni sulla Repubblica Partenopea e sulle cause del suo tragico epilogo riconducibile in larga misura alla mancanza di un consenso popolare a cui andavano aggiunte le divisioni interne del gruppo dirigente che, “imbrigliato in discussioni ideali e cavilli giuridici, come annota Maurizio, non riuscì a rompere, a spezzare in tempo utile le bardature medievali del Regno” e, più in particolare, non fu in grado di fare applicare l’approvata legge sulla eversione della feudalità, che avrebbe in qualche modo dato soddisfazione alle antiche speranze delle plebi meridionali (di avere, cioè, un pezzo di terra), cosa che avrebbe sicuramente dato una solida base alla neonata Repubblica, per cui la sua caduta non fu assolutamente una sorpresa.

Gli anni successivi al fallimento della Rivoluzione Partenopea e fino al 1806, anno in cui i francesi riconquisteranno il regno di Napoli, rimanendovi fino al 1815, videro un durissimo scontro tra i sostenitori del regime borbonico e i fautori dei movimenti di opposizione i quali subirono la persecuzione della polizia, la carcerazione o l’esilio.

“È in questo clima, come scrive Maurizio, che vive e si matura Michele Morelli […] uomo coraggioso, generoso, dalle idee liberali, che sapeva coniugare alla riflessione filosofica il coraggio dell’azione”: un martire che ha sacrificato la propria vita nella battaglia contro il regime borbonico il quale, a partire dal 1793 (anno della decapitazione di Luigi XVI e di Maria Antonietta, sorella di Maria Carolina), mostra il suo feroce volto, ricorrendo continuamente ai tribunali speciali e alle commissioni militari, dopo ogni rivolta popolare o anche per una semplice manifestazione di protesta o di dissenso.

Nel secondo capitolo del libro, Maurizio ricostruisce, in tutti i suoi risvolti, la “generosa e innocente” rivoluzione del patriota vibonese: dalla nascita (1792) all’impegno come militare nell’esercito borbonico; dalla iscrizione alla loggia massonica monteleonese alla partecipazione al moto carbonaro antiborbonico del 1820; dal processo farsa, con la dignitosa e coraggiosa autodifesa, fino alla condanna a morte, con le famose parole rivolte al prete che gli aveva chiesto di confessarsi, mostrandogli il crocefisso: “Oh, se il tuo Cristo fosse giusto come il mio, dovrebbe scagliare i fulmini che invocava il re quando giurò di osservare la Costituzione”.

Il terzo capitolo è dedicato alla trattazione di un periodo particolare (l’era murattiana) contrassegnata dalla presenza francese a Monteleone che divenne capitale della Calabria Ulteriore, comprendente i distretti di Reggio, di Catanzaro e di Gerace.

In questo periodo il regno di Napoli rimarrà governato da Giuseppe Bonaparte, dal 1806 al 1807, e da Gioacchino Murat dal 1807 al 1815, anno in cui, dopo il suo arresto a Pizzo, lo sfortunato re fu fucilato nel castello che oggi porta il suo nome.

Gran Maestro venerabile della Massoneria, Gioacchino Murat favorì la nascita di numerose Logge che si affiancarono a quelle che erano state fondate dall’abate Antonio Jerocades e che erano già presenti ed operanti a Parghelia, a Tropea, a Maida, a Pizzo, a Filadelfia e nella stessa Vibo Valentia.

Come scrive Maurizio “Monteleone in questo periodo conobbe il suo massimo splendore”. Sede della Gran corte civile e della Gran corte criminale, Monteleone fu al centro di numerose iniziative, come il ripristino del porto di Vibo Marina, la costruzione della strada che da Vibo Marina portava a Monteleone, l’istituzione (giugno 1812) del Reale Collegio vibonese e la riapertura dell’Accademia degli Invogliati.

Il quarto capitolo, “Il lascito culturale del Risorgimento”, riprende il tema del contributo che la massoneria ha avuto nella costruzione dello Stato unitario italiano, nella costituzione della prima Banca popolare vibonese e nella istituzione della provincia di Vibo Valentia.

Si accenna poi all’opera di proselitismo dell’abate pargheliese Antonio Jerocades, fondatore di numerose Logge, e all’opera, altrettanto meritoria del Gran Maestro della Loggia antica vibonese, Eugenio Scalfari, nonno dell’omonimo fondatore del quotidiano “La Repubblica” il quale, insieme a molti altri intellettuali, dalle colonne dell’ “Avvenire vibonese” si fece promotore di numerose iniziative culturali tra le quali quella di erigere un monumento a Michele Morelli, monumento che fu inaugurato il 22 maggio 1993, con la presenza dell’allora Presidente del Senato Giovanni Spadolini. Il libro si chiude con le considerazioni dell’autore sulla nobile e generosa figura del patriota vibonese.

Un libro, questo di Maurizio, prezioso ed originale che non dovrebbe mancare nelle nostre biblioteche e che dovrebbe essere letto in tutte le scuole, a partire da quelle di Vibo Valentia, per ricordare e onorare Michele Morelli e insieme con lui i martiri della Repubblica partenopea che hanno sacrificato la loro vita per costruire per tutti noi un mondo più umano, più libero e più giusto.

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