Breve riflessione sulla letteratura calabrese

C’è, ancor oggi, qualcuno che guarda alla Calabria come ad una terra non solo arretrata economicamente, ma anche povera culturalmente, priva di grandi uomini di cultura, di poeti, di scrittori e di artisti.

Ma assai più grave è stato il fatto di avere privato per tanti anni i giovani delle nostre scuole medie superiori della possibilità di conoscere la storia della nostra splendida civiltà letteraria; io che ho frequentato il liceo classico a Tropea, non ricordo professori che avessero mai sentito parlare di Cassiodoro, di Leonzio Pilato, di Barlaam, di Jerocades e di tantissime altre figure di letterati e di pensatori calabresi.

Se oggi le cose non stanno così, è merito soprattutto di tanti intellettuali e di moltissimi uomini di scuola, ma è anche dovuto ad un nuovo clima culturale, ad una maggiore sensibilità verso i problemi culturali e ad un nuovo modo di pensare di cui la Scuola si è fatta portatrice. La scuola dell’autonomia, infatti, se non vuole perdere il ruolo di centralità che le spetta dovrà fare un salto di qualità e diventare un laboratorio di convivenza civile e sociale e, soprattutto, un luogo dove si produce cultura.

Oggi, penso che gli studenti calabresi, oltre alla conoscenza della storia, dell’economia e della cultura del nostro territorio, debbano acquisire buone conoscenze anche sui nostri intellettuali: sugli artisti, sui poeti e sugli scrittori antichi e moderni (e sono veramente molti!).

Sulla letteratura calabrese esiste ormai una vastissima bibliografia. Mi limito a ricordare, tra i tanti testi, “La Letteratura calabrese” di A. Piromalli (Cosenza, Pellegrini, 1970); “La storia della Letteratura calabrese, profili e testi” di P. Crupi (Cosenza, Periferia, 1997); “Gli scrittori della Calabria” di V. Galati (opera incompleta; Firenze, Vallecchi, 1928); “La Calabria” di P. Tuscano (Brescia, La scuola, 1992).

Significativi contributi, inoltre, vengono offerti da moltissime riviste letterarie e da giovani studiosi, calabresi e non, le cui originali ricerche hanno aiutato e certamente aiuteranno a fare meglio conoscere il nostro patrimonio letterario e renderlo fruibile ad un pubblico sempre più vasto di lettori.

Noi calabresi abbiamo alle spalle una letteratura più antica di quella italiana, ma come questa, e forse più di questa, aperta e sensibile alle esperienze della cultura europea.

Barlaam, Leonzio Pilato, attraverso l’insegnamento della lingua greca e attraverso la traduzione delle opere della letteratura greca, hanno reso possibile il risorgimento degli studi classici e quindi la nascita dell’Umanesimo; Bernardino Telesio ha restituito alla filosofia la libertà dell’indagine; Tommaso Campanella, al di là dell’utopia della “Città del sole”, ha umanizzato le umane lettere, mentre Gian Vincenzo Gravina, Vincenzo Padula ed altri letterati calabresi hanno introdotto nuove tematiche ed hanno precorso i tempi nuovi.

Per tutte queste ragioni noi calabresi dobbiamo sentirci fieri di essere eredi di questa antichissima e splendida civiltà letteraria che dobbiamo imparare ad apprezzare e a valorizzare; questo non solo per impedire che si continui a guardare alla Calabria come ad una terra nella quale ci sono solo braccia e niente teste, ma anche per contrastare, rimandandola al mittente, l’accusa di arretratezza (economica e culturale) con la quale viene bollato il nostro Mezzogiorno.

Un’accusa rozza ed ingiusta che viene rivolta ad una terra nella quale, a Locri, ad Ipponion, a Medma, a Kroton, a Reggio e in altri luoghi della Calabria, i nostri progenitori respiravano l’aria della grande civiltà greca classica quando nel selvaggio Nord gli abitanti della fantomatica Padania mangiavano carne cruda o andavano nei boschi a raccogliere ghiande.

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