Dante moderato e conservatore?

Che cos’è la poesia? Io credo che ci aiuti a capirlo la lettura attenta della Divina Commedia.

La poesia non è solo libero canto del cuore, intuizione lirica pura, effusione dell’anima non contaminata dalla realtà esterna o dal pensiero, come ritiene il Croce; non è solo compartecipazione alla gioia, al dolore, alla sofferenza, ma è anche impegno civile, strumento per la divulgazione delle idee e per l’affermazione della verità.

Dante sa che la verità potrà fargli male; potrà procurargli incomprensioni e nuove inimicizie; e tuttavia egli non dovrà in alcun modo far tacere la propria coscienza.

La risposta di Cacciaguida alla sua richiesta (se dovrà rivelare tutto quello che ha visto nel suo viaggio attraverso i tre regni dell’oltretomba) è perentoria:

“Rimossa ogni menzogna,
tutta tua vision fa’ manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna!
Chè se la voce tua sarà molesta
nel primo gusto, vital nutrimento
lascerà poi, quando sarà digesta”.
(Paradiso, XVII, 127-132)

Quella di Dante è, soprattutto, una poesia civile impegnata a difendere la vita e i suoi grandi valori e a sottolineare proprio quel mondo ideologico e culturale che per Benedetto Croce non produrrebbe luoghi veramente poetici ma rappresenterebbe quella che egli definisce la struttura della Divina Commedia, laddove invece la poesia, per il grande filosofo, va ritrovata in una “direzione fantastica e rappresentativa” e in alcune “piccole liriche” disseminate nelle tre Cantiche e in particolare nell’Inferno.

Una distinzione assolutamente inaccettabile perché, a mio avviso, non si può comprendere appieno la poesia della Commedia senza tenere conto del contesto politico-teologico medioevale e, in particolare, di quella ideologia così duramente avversata dal filosofo abruzzese, ma che viene affermata da un poeta il quale, se in qualità di intellettuale guarda in maniera per così dire progressiva alla nascita di un mondo nuovo non governato dalla violenza, dalla cupidigia e dalla ricchezza, come cittadino si dimostra, più che un sovversivo e un rivoluzionario, un moderato e un conservatore.

Egli, infatti, prova nostalgia per la Firenze ordinata, sobria, pudica e pacifica dei tempi antichi; non ha alcuna fiducia delle classi politiche che governano la sua Firenze e non comprende il ruolo positivo della borghesia mercantile considerando i mercanti e i banchieri come gente avida, corrotta e attaccata al potere.

Un moderato e un conservatore, avverso alle attività industriali e commerciali e alla “confusione de le persone” (Par., XVI, 67) e che si spaventa e prova sdegno per il “puzzo” dei villani che si sono inurbati nella sua città; un leghista ante litteram, si potrebbe dire, che guarda a città che non aprano la porta a gente esterna e che, di conseguenza, rimangano “fide”, cioè sicure in quanto ristrette “dentro de la cerchia antica”.

Ma è proprio di questo moderato e di questo conservatore il più alto grido di indignazione che si sia levato contro le “maladette ricchezze” (Convivio, IV, 12) e contro i “subiti guadagni” (Inferno, XVI, 73) realizzati col commercio e con l’usura dai signori del denaro (banchieri, usurai e mercanti) collocati nell’Inferno (terzo girone del VII cerchio): quasi tutti appartenenti alle nobili famiglie fiorentine (i Gianfigliazzi, gli Obriachi, i Becchi, gli Scrovegni) individuabili dallo stemma a forma di borsa (“tasca”) “che dal collo a ciascun pendea”, degradati ad una condizione animalesca e costretti a far continuamente schermo con le mani ora alla pioggia di fuoco ora alla sabbia ardente:

<come> “fan d’ estate i cani
or col ceffo, or col piè, quando son morsi
o da pulci o da mosche o da tafani”.
(Inferno XVII, 49- 51)

Ed è ancora di questo moderato e conservatore la condanna più severa che sia stata pronunziata nei confronti degli ecclesiastici, molti dei quali collocati nell’Inferno: dai papi, Anastasio II, Niccolò III, Bonifacio VIII e Clemente V, sino al cardinale Ottaviano degli Ubaldini e all’arcivescovo Ruggieri; e giù giù, sino a frate Gomita, il “re dei barattieri”, ai frati Catalano de’ Malavoti e Loderingo degli Andalò, dell’ordine dei frati godenti, all’abate Tesauro di Beccheria e a frate Alberigo de’ Manfredi.

E contro di essi usa parole pesanti, come nel canto XXI del Paradiso dove, parlando di San Pietro e di San Paolo, San Pier Damiano prorompe in una dura invettiva contro il lusso e la vita fastosa dei prelati. E non manca la critica, altrettanto dura e severa, contro gli ordini religiosi e contro quanti trascurano il messaggio evangelico per far mostra di sé, per apparire, per far bella figura, come si dice:

“Per apparer, ciascun s’ingegna e face
sue invenzioni, e quelle son trascorse
da’ predicanti e il Vangelio si tace”.
(Paradiso, XXIX, 94-96)

Fino all’invettiva del principe degli apostoli, San Pietro, nel canto XXVII del Paradiso:

“Quelli ch’usurpa in terra il loco mio
il loco mio, il loco mio, che vaca
ne la presenza del Figliol di Dio,
fatt’ha del cimiterio mio cloaca
del sangue e de la puzza; onde il perverso
che cadde di qua su, là giù si placa”.
(Paradiso XXVII, 22-27)

Altro che moderato e conservatore il nostro poeta!

Ma non è certamente un ribelle. Egli è piuttosto un sincero cattolico e un forte credente nelle dottrine fondamentali della Trinità e dell’Incarnazione e considera il Papa come successore di Pietro e come vicario di Cristo.

Non c’è, nella nella sua posizione, un attacco frontale alla Chiesa istituzionale; egli ne stigmatizza, sì, gli scandali, gli abusi, la corruzione ma sempre amandola e mai rinnegandola.

Certo, egli vorrebbe al posto di una Chiesa dai calici d’oro e dai preti di legno, per dirla con le parole di fra’ Gerolamo Savonarola, una Chiesa dai preti d’oro e dai calici di legno come era un tempo: una Chiesa rigenerata e purificata.

Turbato è il suo animo di fronte ad una Chiesa così ridotta, come turbato -mi permetto di aggiungere-  è tante volte apparso -e appare- l’animo del nostro caro Pontefice Francesco di fronte alle tante “sporcizie” di cui si sono macchiati tanti uomini di Chiesa.

Per Dante, come per il nostro Papa, il maggiore male della Chiesa è sicuramente la ricchezza e la ricerca del potere, ma è soprattutto quello di non mettersi al servizio dei poveri, dei bisognosi e degli ultimi: una posizione decisamente critica, severa ma assolutamente rispettosa e condivisa da moltissimi cristiani, rispetto alla quale egli mostra la sua attualità e la sua universalità.

Di qui la meraviglia e lo stupore di noi moderni lettori della Divina Commedia incontrandolo; meraviglia e stupore non di trovarci di fronte ad un conservatore o ad un nostalgico laudator temporis acti, ma di raggiungere e di incontrare un poeta, un uomo eccezionale che su tutte le questioni è arrivato prima di noi tutti.

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