L’ultimo viaggio di Ulisse

Il canto XXVI dell’Inferno è uno dei più conosciuti dai lettori della Divina Commedia per via soprattutto del personaggio Ulisse che rappresenta per Dante il tipo di uomo ideale; non l’Ulisse cantato da Omero, ma l’Ulisse che rinuncia a tornare nella sua Itaca, mettendosi “per l’alto mare aperto” e avventurandosi in un’impresa titanica che nessuno, fino allora, aveva mai tentato: l’esplorazione dell’oceano disabitato.

Ma questo Ulisse, mi permetto di osservare, che parte all’avventura e che viene bloccato nel momento del raggiungimento del traguardo, non è affatto corrispondente (o lo è solo in parte) all’Ulisse che vive dentro ciascuno di noi: l’uomo simbolo dell’avventura, che sfida l’ignoto e che sente il fascino delle sirene ma non ne rimane coinvolto; l’astuto eroe molto somigliante all’eroe errabondo, del quale parlano alcuni autori latini (Cicerone, Seneca, Ovidio e Orazio).

L’ultimo viaggio, nel racconto che, su richiesta di Virgilio, Ulisse fa nel canto XXVI dell’Inferno, si conclude, come è noto, con un fallimento, con una sconfitta. In vista della montagna del Purgatorio, infatti, un’onda gigantesca (un “turbo”) si abbatte sulla nave sommergendo Ulisse e i suoi compagni: un tragico ed inatteso epilogo dal quale viene fuori un messaggio non certamente consolante.

Altro, io credo, sarebbe stato il messaggio dantesco se Ulisse e i suoi compagni avessero perso la vita in seguito ad una di quelle tempeste che all’improvviso si scatenano sul mare. Ma il turbine che si abbatte sulla nave di Ulisse non è dovuto all’improvviso scatenarsi della tempesta, ma è la risposta alla sua “ubris”, appunto, alla sua presunzione e al suo desiderio di andare oltre i confini del mondo esplorabile e di “divenir del mondo esperto e de li vizi umani e del valore”. In questa prospettiva, il suo viaggio diventa una sfida, un grave peccato e una grave colpa meritevole di un’adeguata sanzione.

Per Dante, temerario e sprezzante del pericolo fu Ulisse; “folle” fu il suo viaggio: un folle volo che non poteva non finire in un disastro. Ma mi chiedo: possono gli uomini “seguir virtute e conoscenza” se esistono dei limiti insormontabili contro i quali è vano ed inutile combattere?

Ecco, Dante, a mio avviso, si muove in questa contraddizione. Egli, in sostanza, sostiene che l’ignoto e le verità ultime della vita e della morte non possono essere penetrate dalla ragione umana ma possono essere conosciute solo per mezzo della fede; che è, sostanzialmente, il riconoscimento e la presa d’atto dell’insufficienza e dei limiti della scienza e della conoscenza.

Dante, indubbiamente, pone un problema e, da buon cristiano, lo risolve senza esitazione: è preciso dovere degli uomini “seguir virtute e conoscenza”, non fosse altro che per soddisfare quella loro innata sete di conoscenza, della quale parla Aristotele e che Dante ricorda all’inizio del Convivio I,1,1 (“si come dice lo Filosofo […] tutti li uomini desiderano di sapere”).

Ma la ricerca della verità comporta, per Dante, il riconoscimento dei propri limiti e il rispetto delle sacre leggi morali e religiose. È questo, in conclusione, l’atteggiamento che ritiene doveroso per gli uomini.

Ma si possono porre dei limiti alla conoscenza e alla scienza?

Concludo con questo interrogativo lasciando la risposta ai lettori (la mia in Scienza ed etica).

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